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Sait, il manager schiaccia il socio

Il consorzio delle Coop di consumo si dà nuove regole, blindando le Famiglie Cooperative. Una regressione storica, presa da un management in affanno.

La nuova grande e bella sede del Sait

Non era tesa l’atmosfera al Centro Congressi all’Interporto. Certo, le parole che volavano dal palco non erano tenere, e meno ancora quelle che circolavano tra i capannelli. Ma l’esito ormai scontato infondeva tranquilla fiducia al tavolo della presidenza, e rassegnata accettazione tra le fila degli oppositori. “Vince ancora il conformismo”, “Vince la paura” sibilavano. Ma la battaglia era persa, e probabilmente era una battaglia epocale.

Si trattava dell’assemblea straordinaria del Sait, convocata per approvare basilari modifiche statutarie, che avrebbero ridisegnato l’essenza stessa del consorzio e, in prospettiva, anche quella del movimento cooperativo trentino.

Spieghiamo meglio per chi il Sait lo conosce solo come cliente dei supermercati: si tratta del consorzio delle Famiglie Cooperative, cioè anch’esso una cooperativa, avente come socie le varie FC, che dal lontano 1899 mettendosi in rete e centralizzando così acquisti e campagne promozionali, hanno potuto reggere la concorrenza. È questa una peculiarità della storia della cooperazione trentina, articolata nelle valli e nei paesi eppure razionalizzata attraverso un’efficiente centralizzazione nei consorzi: la Cassa Centrale che fornisce supporto alle Casse Rurali, Cavit che commercializza il vino delle cantine sociali, Melinda le mele dei magazzini sociali, e così via fino al Sait, che funge da centrale d’acquisto delle Famiglie Cooperative.

Il sistema, attraverso alti e bassi, ha funzionato bene per oltre un secolo, affrontando indenne, e poi anzi uscendone rafforzato, vari periodi critici, come il ventennio fascista, l’industrializzazione o negli ultimi anni l’apertura dei mercati.

Oggi però si avvertono scricchiolii preoccupanti, come se il sistema, cresciuto con successo, si trovi in difficoltà a gestire nuovi compiti e nuove dimensioni.

“A questo punto, vi diamo le chiavi, gestite voi tutto”

Il presidente del Sait, Renato Dalpalù.

All’assemblea il presidente del Sait Renato Dalpalù era molto chiaro, franco fino alla brutalità: “Le banche non si fidano di noi. Sanno che la nostra base sociale potrebbe ridursi, mettendoci in difficoltà con i pagamenti. Questo non lo possiamo permettere”.

Tradotto ancor più brutalmente: ci sono Famiglie Cooperative che non sono contente di Sait e meditano di lasciare il consorzio (vedi il nostro servizio La guerra degli scaffali su Questotrentino di dicembre). Il che aggraverebbe le attuali difficoltà di Sait; che preventivamente si difende con le unghie e i denti di fatto bloccando, con le nuove modifiche statutarie, le uscite. Grazie a lunghissimi preavvisi di due-tre anni (durante i quali la coop dimissionaria dovrebbe comunque rifornirsi da Sait, che avrebbe mille e un mezzo per rivalersi) e a fortissime penali, da Sait non si esce più. “Si tratta di principi fondamentali: libertà e responsabilità. Chi esce deve dare il tempo a chi resta di riorganizzarsi” spiega Dalpalù. Non la pensano così diversi presidenti di Famiglie Cooperative.

“Questo significa togliere alle singole cooperative la possibilità di decidere del proprio destino” afferma Luciano Maistri, della FC di Aldeno.

“Viene modificata la base stessa del nostro patto sociale” dice Roberto Gigli, FC di Albiano.

“È una prova di debolezza del Sait, che si rafforza a scapito dei soci” sostiene Mauro Rizzi, FC di Campitello.

“Dalle porte girevoli a quelle sbarrate, c’è una bella differenza. Altrimenti, vi diamo le chiavi, gestite voi tutto” lamenta Crescenzio Zambotti, FC di Fiavè.

Sait: i problemi

Il direttore del Sait, Luigi Pavana.

In effetti i problemi del Sait sono tanti, e vengono impietosamente sbandierati da Maistri: il nuovo magazzino, “con un costo preventivato di 36 milioni di euro, ora a consuntivo salito a 60, che avrebbe dovuto farci risparmiare l’1% del fatturato e invece ci ha portato a costi aumentati”; i negozi in Alto Adige, “che ogni anno perdono 200.000 euro”, il Superstore, “che avrebbe dovuto distribuire dividendi per sostenere le piccole cooperative e che nel 2010 ha chiuso in perdita e nel 2011 non è andato meglio” e più in generale la mancanza di competitività, “come certificato dagli stessi rilievi del Sait che, almeno nel C5, su un paniere allargato di 2000 prodotti e anche su quello cosiddetto leader, di 200 prodotti fra i più venduti, ci mette in coda a tutti gli altri”.

Se questa è la situazione, “perché non si dimette il direttore (l’onnipotente Luigi Pavana, n.d.r.)?” chiede a muso duro Gigli.

Il quesito ha due facce. Una: perché i dirigenti del Sait, invece di blindare i soci, non si chiedono come mai vogliono andarsene? Ma c’è anche l’altra faccia: come mai le coop scontente non riescono a dimissionare la dirigenza, se proprio fa acqua da tutte le parti?

“È la fine del modello trentino, questo è il modello Coop”

Erano in molti infatti gli interventi a favore della proposta di Dalpalù: “Rendiamo il mondo cooperativo più solido” era il concetto più gettonato. E quando il presidente della Famiglia della bresciana Vestone ammoniva: “Tenetevelo stretto il Sait. Noi in Lombardia, senza consorzio, siamo l’unica Famiglia Cooperativa rimasta, e non a caso siamo nel Sait”, molti lo prendevano come discorso di riferimento. Anche se il ragionamento vistosamente zoppicava: perché mai tenersi il consorzio deve voler dire tenersi il Sait e non il concorrente Dao? E perché tenersi il Sait deve voler dire tenersi il suo gruppo dirigente?

A noi sembra che giochi un comprensibile attaccamento a istituzioni centenarie e benemerite, anche oltre il giudizio sugli attuali leader.

Ma non solo. “Ci sono anche, e forse soprattutto, considerazioni meno nobili - ci confida un altro presidente - La cooperazione è un sistema articolato con un gruppo dirigente compatto,dove uno sgarbo a uno viene visto come un attentato a tutti, al sistema. Per cui poi puoi trovarti in difficoltà con il credito della Cassa Rurale, non trovi appoggio nei momenti di difficoltà... Cose che magari non è detto che succedano, ma il timore comunque c’è. E basta e avanza per portare la massa a dire comunque di sì.”

Così i soci approvano. E ora all’eventuale dissidente si toglie l’unica arma a disposizione, l’uscita.

E questo è il modello che l’insieme della cooperazione sta per abbracciare: “Non solo nelle cooperative di consumo, ma anche nelle altre” auspicava in assemblea Adriano Orsi, presidente di Cavit. E non solo per i consorzi, i cui soci sono altre cooperative; ma anche per le coop di primo grado, i cui soci sono persone fisiche. Il socio non potrà andarsene finché non saranno stati ammortizzati gli investimenti approvati.

Viene così istituzionalizzato un passaggio di potere già latente: dal socio al manager, con il socio imprigionato nella cooperativa. “È una metamorfosi che comporta la scomparsa di un secolare e sofisticato modello di crescita e sviluppo sociale del territorio chiamato cooperazione. A favore di un modello imprenditoriale oligarchico basato su manager dai profumati salari, e pochi altri soggetti in cerca di una posizione sociale aggrappati alle stanze dei bottoni” denuncia Luciano Maistri.

“È la fine del modello trentino - afferma Roberto Gigli - Questo è il modello Coop”, inteso come le grandi centrali emiliane con fatturati miliardari, efficienti manager, migliaia di dipendenti e i soci ridotti ad orpello.

Ma attenzione: il modello Coop si è sviluppato attraverso successi imprenditoriali che hanno portato al gigantismo e alla marginalizzazione del socio. Qui invece ci si rifugia per parare gli insuccessi, la fuga dei soci, la diffidenza (come diceva Dalpalù) delle banche.

A noi sembra una sconfitta da vari punti di vista. Una sconfitta della storia trentina, del suo tessuto sociale, delle sue capacità economiche. Con un ceto oligarchico impaurito e immobilizzato; che non a caso, per mascherare le proprie contraddizioni, sta peraltro blindando al quarto mandato l’immobile e inane Diego Schelfi.