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L’Islam fra le braccia di Russia e Cina?

Sembra proprio di sì, ultimo episodio le copie del Corano date alle fiamme. Ma è una prospettiva che l’Occidente deve temere.

Afghanistan, le proteste anti-americane dei giorni scorsi.

In Siria il governo della sanguinaria dinastia degli Assad sembra alla frutta, ma Russia e Cina si ostinano a bloccare ogni iniziativa dell’ONU con il loro veto. In Afghanistan, mentre Obama cerca di far credere che l’impegno americano volge al termine, scoppia la grana delle copie del Corano bruciate.

Due teatri apparentemente lontani, sconvolti da vicende molto diverse, eppure legati da fili sottili che nascondono forse una trama ben diversa dall’ordito rappresentato sui media internazionali. Perché i due giocatori apparentemente in procinto di lasciare il campo - gli americani in Afghanistan e gli Assad in Siria - a ben vedere stanno tutt’altro che giocando l’ultima mano della partita.

La Siria è dai tempi di Brezhnev un caposaldo della presenza russa nel Mediterraneo: perso l’Egitto di Nasser e i suoi porti ospitali, alla marina russa sono rimasti i soli porti siriani. Pensare che Putin possa rinunciare al fido alleato Assad senza colpo ferire è una pia illusione. In queste settimane i suoi diplomatici sono più volte atterrati a Damasco per cercare una “onorevole” via d’uscita agli Assad, ovvero una soluzione che permetta gattopardescamente di “cambiare tutto perché non cambi nulla”, insomma perché la Siria rimanga comunque nell’ambito dell’influenza russa. La domanda è: fino a che punto la Russia è disposta a impegnarsi nella difesa della sua preziosa pedina nello scacchiere mediorientale? Di fronte a una paventato intervento “umanitario” occidentale, per esempio, che farebbe Putin?

Probabilmente la Russia, oggi lanciatissima nel recupero di status di grande potenza dopo la lunga eclisse post-comunista, potrebbe essere tentata di mostrare i muscoli. Molto dipenderà anche dalla capacità di resistenza degli Assad che, stante la disparità di forze tra il loro esercito e i ribelli, potrebbe essere pressoché illimitata. Non si sottolinea mai abbastanza il particolare che la lotta di Assad non è affatto una lotta per mantenere il potere di una famiglia: la dinastia al potere appartiene a una battagliera minoranza sciita (alawita) che tiene da sempre sotto il tallone la maggioranza sunnita (80%) degli abitanti del paese (una situazione opposta a quella dell’Iraq di Saddam, dove una minoranza sunnita spadroneggiava su una maggioranza sciita). Assad in altre parole ha dietro di sé tutt’intera questa minoranza la quale sa bene che cosa l’aspetta in caso di sconfitta: una spietata pulizia etnico-settaria di proporzioni paragonabili a quelle patite dalla ex Yugoslavia.

Siria, manifestazioni contro il presidente Assad.

Ma torniamo all’ Afghanistan. Nessuno, tra gli esperti di geopolitica, ha mai creduto alla favola del suo definitivo abbandono da parte delle forse militari USA. Quello che in realtà si sta attuando è una soluzione che in Europa conosciamo benissimo: dopo la fine della seconda Guerra Mondiale, le basi americane non hanno mai lasciato l’Italia e la Germania, solo che ormai nessuno ne parla più: ci sono, ma in un certo senso non si vedono. Nell’ Iraq normalizzato è stato attuato precisamente questo schema. In Afghanistan le forze USA si sono concentrate nella grande base di Baghram e in poche altre fortezze similari, fuori dai grandi centri urbani, in grado di rimanere operative anche se tutto il resto dell’Afghanistan cadesse in mano ai Talebani. L’America, in Afghanistan esattamente come nell’Iraq “pacificato”, è entrata da tempo nella fase 2, quella della logica del presidio di lunga durata della zona, strategicamente necessaria all’Impero. L’incidente delle copie bruciate del Corano potrebbe certamente ritardare di un po’ la tabella di marcia verso una soluzione all’irakena, ma la direzione è quella.

L’incapacità culturale dell’Occidente

Sulla natura di questo incidente occorre tuttavia riflettere: ancora una volta sembra emergere una sorta di incapacità culturale dell’Occidente a comprendere la gravità dell’accaduto. Non è la prima volta: già qualche tempo fa un fondamentalista cristiano aveva attuato in America un rogo di copie del Corano; e prima ancora c’era stato l’episodio delle famose vignette del giornale danese. L’Occidente, per tanti musulmani l’aggressore per antonomasia fin dall’epoca coloniale, si presenta ora anche come lo sprezzante profanatore della due massime icone religiose: il Corano e il suo Profeta. Questi fatti sono vissuti, anche dai musulmani più moderati, come uno sfregio all’identità, un’offesa pressoché irreparabile (non a caso fioccano le fatwa contro i blasfemi autori dell’offesa), come un atto di guerra all’Islam e ai suoi credenti. Coloro che il Profeta definisce nel Corano (3, 110) con queste solenni parole: “Voi (musulmani) siete la migliore delle comunità, promuovete il bene, combattete il male [secondo altra traduzione: “promuovete la giustizia, impedite l’ingiustizia”] e credete in Dio”, non possono facilmente digerire atti tanto devastanti sul piano simbolico e emotivo, vissuti come una prova della malvagità inemendabile dell’Occidente, dell’ipocrisia dell’America e dei suoi alleati.

Questi incidenti fanno certamente molti più danni all’esterno di quel martoriato paese che è l’Afghanistan: avvelenano gli animi di milioni di musulmani che vivono anche in mezzo a noi, nelle periferie delle città europee e americane; possono armare la mano di un qualche folle santo vendicatore dell’Islam offeso.

Ma le conseguenze geo-politiche possono essere più gravi ancora. Il sentimento di estraniazione da questo Occidente, che ripetutamente offende l’Islam senza pudore, può creare un clima psicologico sempre più favorevole all’avvicinamento del Medio Oriente all’orbita russo-cinese. Non è un caso che, mentre gli americani fanno il tiro a segno sui civili afghani e i simboli dell’Islam, la Cina con molta discrezione guadagna posizioni su posizioni nel commercio coi paesi arabi, accaparrandosi risorse energetiche e simpatie crescenti. L’Occidente, senza avvedersene, sta spingendo il mondo musulmano nelle braccia di Russia e Cina?

Siria, manifestazioni contro il presidente Assad.

Sarebbe un errore esiziale. Oggi i numeri sono dalla parte dell’Asia: a fronte del mezzo miliardo di europei cui si sommano altrettanti nordamericani benestanti, sta un mercato immensamente superiore, in via di tumultuosa crescita, composto da tre miliardi di indiani, cinesi e “tigri” del sud-est asiatico, per non parlare del resto delle popolazioni asiatiche oggi in pieno risveglio economico. L’Occidente deve riuscire a portare stabilmente dalla sua parte almeno il miliardo e mezzo di musulmani di oggi, o sarà inesorabilmente emarginato, demograficamente prima ancora che nei commerci e nel mercato mondiale in cui vincono i grandi numeri. Cina e India hanno già agguantato l’egemonia sui mercati asiatici e si sono lanciati alla conquista dell’Africa e del Medio Oriente; qui hanno un potere di mercato che sfida ormai quello dell’Occidente indebolito dalla crisi finanziaria. Se l’Occidente con le sue politiche miopi e aggressive lascerà che Il mondo musulmano e africano pendano verso l’Asia, la partita è persa in partenza.

I segni ci sono tutti. Anche la stagione della “primavera araba” che, per un po’ sembrava mostrare sentimenti non ostili all’Occidente, sta rapidamente mutando pelle: in Egitto le organizzazioni umanitarie americane sono quasi al bando, la Turchia neo-ottomana - che ostentatamente disdegna ora l’Europa in crisi - si sta proponendo come il campione di un ritrovato orgoglio islamico e, non a caso, ha costruito una sorta di entente cordiale con l’Iran degli ayatollah; l’Asia Centrale ex-sovietica, oggi la grande riserva planetaria delle risorse energetiche, è ben ancorata all’alleanza sancita dal “Patto di Shangai”. Si può credere che la Siria post-Assad sarà filo-americana?

Quasi un secolo fa Lev Nussimbaum (morto nel 1942), un intellettuale di origini ebraico-turche ma attivo in Germania tra le due guerre, profeticamente ammoniva sul “pericolo [per l’Europa] dell’alleanza dell’Islam con la razza gialla e la bruna... I punti d’incrocio delle maggiori via commerciali del mondo sono dominati da stati islamiti... I 250 milioni di Maomettani si stendono tra le nazioni d’Europa e gli 800 milioni di gialli e bruni dell’Asia. Questa posizione mediana dovrà determinare la condotta politica dell’Islam durante la prossima generazione e da essa dipenderà il destino dell’Europa” (“Archivi di Studi Indo-Mediterranei”, al sito www.archivindomed.altervista.org/pagina-43113.html).

Che dire? Parole profetiche.