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Roberto Floreani

Tra materia e pensiero geometrico

Roberto Floreani (Venezia, 1956), che espone in questi giorni le proprie grandi tele a Palazzo dei Panni di Arco (fino al 10 giugno), rivendica la propria ascendenza in certe ricerche dell’astrattismo, non solo italiano, del secolo scorso. Ma ha elaborato un proprio riconoscibile linguaggio, che appare imparentato con quei precedenti più sul piano dell’ispirazione culturale che su quello operativo e stilistico.

Le sue opere, presentate come “tecnica mista su tela”, sono il risultato di un sofisticato mestiere, che nel tempo ha affinato un trattamento molto personale della materia pittorica, la quale vive quasi sempre come corpo, come superficie tattile, ottenuta per diverse stratificazioni. Questo modo di operare viene applicato a un selezionato vocabolario di forme geometriche e ad un progetto compositivo che talvolta rimane, per così dire, aperto oltre la tela, cogliendo il frammento di un “tessuto” di cui non si intuiscono i confini. Si genera in questo modo una polarità tra un elemento mentale, il pensiero geometrico, ed uno inerente al sensibile, alla materia, in una partita che rimane anch’essa in qualche modo aperta, nella quale l’uno o l’altro fattore può veder crescere il proprio accento. Opere come “Mondo sensibile” (2000), usano una nitida griglia di ritmi di quadrati e cerchi che potrebbe bastare a se stessa (in una logica di astrattismo estremo), ma viene invece fatta vivere su un fondo di terre, di colature, di velature e di valori cromatici che riportano il pensiero (il disegno) a un dato di concretezza, di rapporto con la vita.

Le forme, specie quelle circolari, non vogliono presentarsi come forma pura, sono in vari modi impregnate di memoria, di significati storici e simbolici, di valenze astrali (“Concentrico solare”, 2004), in certi casi non disdegnano nemmeno di alludere alla decorazione muraria, quasi recupero archeologico (“Concentrico, Aurora occidentale”, 2005), mentre altri inserimenti formali, per quanto stilizzati (la foglia) sono una memoria della natura.

Equilibrio sottile, atteggiamento molto sorvegliato, esiti abbastanza differenziati. Il principio della stratificazione, che governa il trattamento delle superfici pittoriche, crea effetti di palinsesto, una stringente dialettica tra cancellazione e affioramento. Così queste opere possono, più di altre, dare sensazioni diverse nella fruizione da vicino o da lontano. Nel primo caso, conta molto l’effetto di bassorilievo delle tessere sovrapposte. Nel secondo, la fusione cromatica dovuta alle colature o ai depositi di terre. D’altra parte l’impiego del colore è molto misurato, per lo più con una sola nota vibrante, che nelle opere del 2011 si concentra in una banda quasi fluorescente alla base del quadro.

Date queste premesse, era piuttosto logico e naturale che Floreani approdasse, come è avvenuto negli anni recenti, anche ad opere di puro bassorilievo, come le formelle in ceramica (“Di terra e d’aria”, 2010) qui esposte, nella cui materia, pura o smaltata, monocroma, l’artista sembra lasciarsi alle spalle quel “di più” di autocontrollo che talvolta affiora nel lavoro pittorico.

Possono, sulle prime, sorprendere i nomi degli artisti indicati in alcune occasioni dallo stesso Roberto Floreani come proprie fonti di ispirazione: Mark Rothko, Yves Klein, Josef Albers, Mario Radice e, forse il più inatteso, Hermann Nitsch. Per non dire dei futuristi. La pacata dimensione spirituale, il sentimento del tempo e del cosmo, che ritroviamo nell’opera di Floreani appaiono più vicini alle poetiche dei primi quattro: ma, a ben guardare, la dialettica tra pensiero e materia, razionale e irrazionale, ordine e caos di cui egli ci propone una sintesi trova nutrimento, possiamo credergli, anche nell’altro versante delle sue fonti di ispirazione.

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