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QT n. 4, aprile 2012 Servizi

Buzzati e la montagna

Un grande scrittore, un paladino dell’ambiente.

Roberto Mantovani

“Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione. Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Un incipit fulminante, geniale. In un lampo di pochi secondi, l’intera premessa di una storia.

Dicono che quelle poche righe, l’inizio del “Deserto dei Tartari”, uscito nel 1940 ma arrivato al grande pubblico con la seconda edizione del 1945, quella di Mondadori, siano bastate a incoronare Dino Buzzati tra i grandi scrittori del Novecento italiano. Ovviamente si tratta di un’esagerazione, perché per la consacrazione di uno scrittore non basta un buon “attacco”, per quanto geniale. Ma è vero che l’attacco dei Tartari ha il ritmo della grande scrittura. “La Fortezza, ultimo avamposto ai confini settentrionali del regno, domina la desolata pianura chiamata ‘deserto dei Tartari’, un tempo teatro di rovinose incursioni da parte dei nemici. Tuttavia, da molti anni nessun attacco è più giunto da quel fronte...”.

Dalla prima uscita del libro sono passati sessantadue anni, c’è stata una guerra che ha cambiato il mondo, sono mutati il codice linguistico della vita quotidiana, la maniera di scrivere, i modelli della comunicazione. Eppure quelle parole sono ancora lì, sospese nell’immaginario di quanti, ragazzini, si sono avvicinati alle pagine di uno scrittore-giornalista che proprio facile da interpretare non era. Anche se i giovani lettori di un tempo sembravano presi più dal plot dei racconti che dalla poetica del fantastico che caratterizza tutta l’opera dell’autore. Un universo letterario che s’intreccia con la favola, il simbolismo, il paradosso, le tentazioni dell’esistenzialismo, e con il problema stile-lingua.

No, non era uno scrittore facile, Dino Buzzati, scomparso per un male incurabile il 28 gennaio 1972, quarant’anni fa, in una clinica milanese. Qualcuno gli ha persino scoperto una vena kafkiana (da lui però sempre negata). Di sicuro era più complicato e profondo di quanto apparisse a una prima lettura, complice forse la sua scrittura giornalistica sulle pagine del Corriere, colloquiale e confidente. Un autore con un lungo periodo di creatività e in seguito una produzione più di maniera (qualche critico ha posto lo spartiacque della sua carriera tra le raccolte di racconti Paura alla Scala (1949) e Il crollo della Baliverna (1954).

La montagna trasfigurata

Buzzati era un figlio del primissimo Novecento. Era nato nell’ottobre del 1906, nella villa paterna di San Pellegrino di Belluno. Ma, salvo le lunghe parentesi estive a San Pellegrino, visse sempre a Milano. Cinque anni al liceo Parini, una laurea in giurisprudenza conseguita nel ‘28, poi la trafila giornalistica al Corriere, fino alla nomina di redattore e poi di inviato. E, sopra ogni altra cosa, una grande passione per la pittura, il disegno e la letteratura. Ravvivata dalla frequentazione quotidiana di un universo immaginario popolato di montagne. Ma non di cime anonime e simboliche: la “grande stregoneria” che ossessionava Buzzati puntava senza equivoci verso le guglie dolomitiche che riempivano i suoi sogni e gli apparivano come autentici scrigni del mistero.

D’altra parte le rocce dei Monti Pallidi gli si erano impresse nella retina sin da ragazzino, a cominciare dal gruppo bellunese della Schiara. Come pure i ghiaioni, le cenge e, più tardi, soprattutto dopo la guerra, il mondo fatato delle Pale di San Martino. Un piccolo universo che lui avrebbe frequentato a lungo con la guida alpina Gabriele Franceschini. Ma è inutile, negli scritti di Buzzati, cercare la montagna come potrebbe apparire nei dettagli di una fotografia o con la fisionomia riportata da una guida topografica. Nei racconti e nei romanzi dello scrittore bellunese il mondo dei boschi, i pendii innevati, la verticalità delle crode o i panorami dell’altopiano delle Pale - che pure Franceschini giurava nascondesse l’ispirazione del deserto dei Tartari, con la sua “atmosfera spaziante infinita e sperduta” - non è mai riproduzione fedele della realtà. La montagna è piuttosto un’atmosfera che prende forma dalla trasfigurazione del paesaggio o dell’ambiente, o si manifesta in quel tempo sospeso, rarefatto, che pervade certi suoi racconti (“il tempo della montagna”, che gli alpinisti ben conoscono). O ancora uno stato di coscienza. O, più spesso, il simbolo di un regno bello e buono.

Eppure, a volte, parlando del mondo verticale, Buzzati sapeva essere concreto e decisivo, al punto da indicare delle scelte. Già nel 1956, ad esempio, scriveva: “Per capirle, le Dolomiti, veramente, occorre un po’ di più. E non vogliamo dire arrampicate in piena regola. Bastano i sentieri. Entrare, avventurarsi un poco fra le crode, toccarle, ascoltarne i silenzi, sentirne la misteriosa vita”. Un buon consiglio anche oggi, nell’era del turismo globale, che i vacanzieri dei Monti pallidi sono diventati “misuratori di spazi e consumatori di luoghi”, inarrestabili e ossessionati dal voler vedere tutto e subito.

Sull’ambiente, comunque, Buzzati aveva saputo essere ancora più esplicito. Come nel 1952, quando sul Corriere della Sera, in un articolo dal titolo “Salvare dalle macchine le Tre Cime di Lavaredo” aveva dichiarato senza girarci intorno: “Ricordiamoci che la natura vergine, come l’ha fatta Dio, sta diventando una autentica ricchezza. Di tale ricchezza le Dolomiti sono una miniera prodigiosa che il mondo sempre più ci invidierà. Ma se la si sfrutta ciecamente, per la smania di pomparne soldi, un bel giorno non ne resterà una briciola”.

La stessa logica che l’anno dopo, in occasione della prima ascensione dell’Everest da parte dei britannici della spedizione Hunt gli avrebbe fatto scrivere: “L’Everest era un’immensità senza confini, proprio perché non conquistato. Oggi l’incanto è rotto, oggi siamo sicuri che la cima favolosa è fatta come tante altre, che non vi abitano gli dei della montagna. (...) È insomma cominciata la sua storia ma è finita per sempre la sua leggenda”.

Perché, appunto, come abbiamo già detto poco sopra, le cime delle montagne sono anche metafore del mistero, come sembrano suggerire, oltre che le sue pagine, anche i quadri e i disegni di Buzzati. E le metafore, per lo scrittore, erano importanti. Prendendo a prestito una celebre frase di Frederik Barth, ci piace ricordare che “l’essenza delle metafore sta nell’utilizzazione di ciò che è familiare, per cogliere ciò che sfugge e non si riconosce”. E lo stesso vale per le parole-simbolo buzzatiane, portatrici di due diversi livelli narrativi: quello reale e quello sovrastrutturale e simbolico, come spesso capita nel Segreto del bosco vecchio. Dove il vento (“...sulla foresta passa un vento freddo con dei lunghi sospiri”) finisce col trasformarsi in un personaggio vero e proprio del romanzo (il vento Matteo).

D’altra parte Buzzati amava rompere gli schemi. E la sua tendenza ad antropomorfizzare eventi naturali, oggetti e animali, con il gusto dell’assurdo, rivela un piacere profondo di farsi beffe della razionalità, da lui inconsciamente non accettata, un po’ come fanno a volte i bambini. Ma la scrittura, per il bellunese, non era solo un gioco.

Una volta, in un’intervista, parlando del suo “Deserto dei Tartari”, dichiarò: “Mi ero sempre reso conto benissimo che, se fossi stato artisticamente onesto fino in fondo, avrei dovuto continuare a scrivere quel libro per tutta la mia vita, o perlomeno fino all’avanzata maturità, quasi che si trattasse di una specie di autobiografia”. Come dire che, per lui, vita e narrazione possono andare a braccetto.

* * *

Alpinista, direttore della rivista “Alp”, collaboratore del Museo della montagna di Torino, Roberto Mantovani è stato uno dei fondatori di Mountain Wilderness.

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