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Figli di un contratto minore

La crisi di Anffas trova sfogo nel precariato

Mala tempora. In questa terra di quarti mandati, la storia di Anffas Trentino Onlus è un perfetto paradigma della situazione.

Nel settembre del 2011 l’associazione ha annunciato l’intenzione di recedere dal contratto integrativo provinciale per i propri dipendenti a partire dal 2012. Il motivo? La crisi, ovviamente, e il relativo taglio dei finanziamenti da parte della Provincia. Dal 2003, infatti, Anffas Trentino si è sganciata dal nazionale ed è diventata un’associazione autonoma, ed oggi la maggior parte dei suoi fondi proviene dalla PAT.

L’assessore provinciale al Welfare Ugo Rossi.

Per le aziende che operano nel sociale, la Provincia ha calcolato un costo medio giornaliero: superarlo significa subire un taglio ai finanziamenti del 2%. Anffas si è ritrovata proprio in questa situazione. Se già si parlava, su per giù, di un deficit di bilancio di 400.000 euro per il 2011, la previsione per il 2012 è stata addirittura di 900.000. Conseguenza naturale, quella di rivedere le voci di spesa.

Sorvoliamo sul fatto che, con una delibera di dicembre 2011, la PAT abbia predisposto un finanziamento per il 90% del costo dell’acquisto della nuova sede della onlus, per un importo di alcuni milioni di euro. È vero, in tal modo Anffas non dovrà più pagare l’affitto: ma siamo sicuri che questo fosse il momento migliore per un investimento di questo tipo?

La disdetta del contratto integrativo significava, in sostanza, una decurtazione di stipendio del 10% (su un salario medio di circa 1.400 euro) e la parificazione progressiva con il contratto nazionale, penalizzante rispetto alla situazione precedente.

Inutile dire che l’autunno dell’Anffas è stato caldo. A dicembre i lavoratori sono scesi in piazza, arrivando ad occupare l’ufficio di un freddo Ugo Rossi.

L’assessore al welfare, del resto, aveva già proposto un ingrediente fondamentale della sua ricetta anti-crisi: il cosiddetto “efficientamento” (parola presente in dizionario, sebbene inaccettabile per gli amanti della lingua). “Le coop sono riuscite a strutturarsi in maniera più leggera”, diceva l’assessore, perché non lo può fare l’Anffas?

La “leggerezza” di cui parlava Rossi, però, sembra essere quella della busta paga: a tutto il 2011, infatti, i lavoratori delle cooperative percepivano un stipendio inferiore di circa 200 euro rispetto a quello dei dipendenti Anffas. Non male, viste le cifre in gioco.

L’efficientamento (sic!), dunque, corrisponde all’abbattimento dei salari, già evidentemente non milionari, di una categoria di lavoratori i cui diritti sono garantiti “alla bisogna”. O forse l’efficientamento (chiedo scusa per la ripetizione, il termine è irresistibile) di Rossi è quello immobiliare di cui sopra.

Sta di fatto che il sindacato non è rimasto indifferente: c’è stata una contrattazione e si è giunti ad una proposta di accordo, sulla quale i lavoratori hanno chiesto una sorta di consultazione referendaria. Qui i sindacati si sono spaccati: la CGIL convinta della necessità della consultazione, la CISL no. La CGIL a quel punto è andata avanti da sola, a febbraio la consultazione ha avuto luogo e i lavoratori (282 su 540) hanno deciso che la trattativa avrebbe dovuto proseguire.

Il “dopo” ha contorni inquietanti. L’accordo raggiunto, infatti, prevede che la parte normativa verrà ridiscussa e che lo stipendio dei lavoratori dell’Anffas sarà decurtato del 7%. Non di tutti, però: solo di quelli assunti a tempo indeterminato e determinato, in questo secondo caso fino alla scadenza del contratto. Tutti gli altri, ovvero i precari (tempo determinato compreso, in caso di nuova stipula) avranno contratti che rientrano sul livello nazionale puro e vedranno ridursi la busta paga del 20-25%. Il livello nazionale, infatti, prevede salari più bassi di quelli dei contratti delle cooperative, che beneficiano dell’integrativo provinciale.

Il sindacato sta ora cercando di reintrodurre proprio l’integrativo; al cospetto dell’assessore Rossi, Anffas ha aperto uno spiraglio, sebbene non vi sia ancora un’intesa scritta in merito.

L’accordo finora raggiunto, però, sembra figlio di una politica sindacale dall’amaro sapore lobbistico, il cui slogan potrebbe essere “Tutelare solo chi è già tutelato” e davanti alla quale, d’altronde, nessuno ha battuto ciglio.

L’impegno è apprezzabile, ma la strategia seguita dal sindacato ricorda, in parte, quella già adottata nel dibattito sull’articolo 18. Lo sforzo, infatti, si concentra su una categoria per abbandonarne un’altra al proprio (sconfortante) destino. Eppure, se è vero che l’allargamento dei diritti non può che partire dalla tutela di quelli esistenti, quella stessa tutela non ha senso se i diritti non vengono estesi. Estesi ai nuovi contratti, ovvero alle numerose e sgradevoli forme di precariato. In altre parole, alle nuove generazioni di lavoratori. E non basta che Anffas abbia dichiarato di voler garantire i livelli occupazionali: la qualità dell’occupazione non è un dettaglio. Il sindacato spera che, in contropartita, l’associazione stabilizzi i precari. Ma a quali condizioni?

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