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Rotelle

S’intuiva, era nell’aria da tanto. Oscure imbronciate nubi che sostavano in quel pezzetto d’azzurro, unico scampolo sano di una vita matrigna. Riserva naturale custodita con cura nella mente, dove avrei scorazzato un giorno, ancora in tempo. Non subito, ero di corsa! Poi tuonava improvvisamente, grandinavano angoscia e inquietudine, e solo il pianto era lo sfogo che curava. Salice piangente con animo adornato da albero di Natale. Mi raddrizzavo sempre più a fatica, estranea in una terra di donne che lavavano i panni alla fontana, coltivavano i campi, camminavano con le dalmedre, partorivano in case senza riscaldamento. Nipote e figlia di donne forti e valorose, nessuno spazio per le mie lamentele di nata col benessere e dalla ridicola stanchezza cronica. Nonostante riscaldamento, lavatrice, scarpiera e frigorifero sempre pieni. È che non ci si prepara un po’ per volta. Non si prende mai abbastanza rincorsa, né riserva d’aria sufficiente. Quando poi si svela, è un’irreversibile malattia, stillicidio, agonia smisurata, passi da gambero, logorio di nervi frullati.

Dopo era stato un lungo agghiacciante urlo muto, ma scappavano le rondini, non attecchivano le primule, impazzivano le farfalle. “Io? Mai. MAIII!!” E poi, perché? Cioè io dovrei finire in sedia a rotelle? Chi lo stabilisce? Non se ne parla. Non la voglio. Mi vergogno troppo. Piuttosto non esco da casa. Mi isolo, mi rifugio in un sottomarino. Mi ritiro come Marlene Dietrich o Mina, con l’anonimato di persona comune. Sono capricci? Va bene, lo riconosco. Me li posso concedere. Ma non farò mai il Giro al Sass con la carrozzina. Non voglio essere compatita. Non voglio far pena a nessuno. Di dare soddisfazione a chi non sono simpatica, non m’interessa. O motivi di riflessione a cervelli in fuga. Non voglio esibire la mia invalidità. Quando arriverò a un passo dalla carrozzella, ne farò due indietro e andrò in esilio... io non esibirò malattia e dolore. Macché sedia a rotelle, al massimo rivorrei la seggiolina della mia infanzia, quella che papà ridipingeva di bianco ogni anno.

E giù consigli e sentenze. “Non pensare a questo adesso, devi essere ottimista. O te le vai a cercare con i pensieri negativi!”. Quanto fastidio mi danno quei saccenti sempre contenti, che non tacciono manco morti. Quelli invasati di new-age, meditazione, the bancha, curcuma e zenzero per tutto. Se però gli capita un mal di gola pensano subito a un tumore da chemio. Capricci a parte, non è semplice spostarsi per me. L’ennesimo specialista inutile ha convenuto un giorno: “Direi che lei si è seduta!” Splendida metafora per indicare la rassegnazione che ricopre la stasi, l’assenza di movimento. Ma per fare le prove generali, con mia figlia siamo andate in un centro commerciale, ma nei negozi dei cinesi se passavo io, non entrava più nessuno. Mi hanno lasciato fuori della porta e mi veniva da ridere e piangere insieme, mancava solo il piattino per la carità. Più facile se vado a una conferenza, a teatro, al cinema e siamo tutti seduti alla stessa altezza. Se vado in strada, i miei occhi sono all’altezza del sedere delle persone e mi sento a disagio, come stessi spiando l’intimità degli altri.

Sono figlia di un sopravvissuto a Mauthausen, mi ha trasmesso con il DNA gli incubi del campo di concentramento, cupezza, allarme e mostri. E della donna più sana di mente che ci sia, che ha superato tutto con la forza di volontà, mani sempre impegnate nel lavoro manuale, stomaco e cuor contento. Mi ha dato speranza e attaccamento alla vita. Poli opposti che potevano riassumersi solo in un bipolarismo. Cambiamenti repentini di umore e scelte di vita. Allora un insolito battesimo del fuoco ci stava, terapeutico perché mi ha regalato sei mesi di leggerezza. Di poter danzare nonostante corpo pesantissimo e gambe morte. Di essere la tintarella spensierata che sarei se non fossi compressa in un’armatura di ferro. Sei mesi cominciati alla grande, con sfilata sul tappeto rosso e fotografi. Non sono una leonessa mica per niente e, se posso, provoco, piuttosto che far pena.