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Alice in Wonderland

Un tuffo nell’età vittoriana

Un classico della letteratura per l’infanzia che diventa mostra. “Alice in Wonderland”, organizzata dalla Tate Liverpool in collaborazione con il Mart, è al contempo un tuffo nell’età vittoriana e una ricognizione di come il racconto di Lewis Carroll, pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, abbia saputo influenzare le arti visive fino ad oggi.

Everett Millais, Risveglio (1865).

Alice nel paese delle meraviglie, in origine Alice sotto terra, fu pubblicato in prima edizione nel 1865, ma la sua origine risale a tre anni prima, quando, durante una gita estiva in barca, Carroll inventò il racconto per allietare il pomeriggio ad Alice Liddell, figlia del decano della Christ Church di Oxford, ove lo scrittore insegnava matematica. Il percorso espositivo si apre con un tuffo tra le più belle edizioni illustrate dei capolavori di Carroll, Alice nel paese delle meraviglie e Alice attraverso lo specchio. Edizioni di ogni tempo e paese, dall’Inghilterra alla Russia, dall’edizione pubblicata a Londra da Mac Millian nel 1865 fino a volumi ancor oggi in catalogo, passando per capolavori della storia dell’illustrazione, come l’edizione ornata da Arthur Rackham nel 1907. A proposito della prima edizione: in mostra sono esposti alcuni dei disegni originali di sir John Tenniel, illustratore che Carroll scelse dopo averne apprezzato gli esiti sulle pagine del settimanale satirico “Punch, or the London Charivari”.

Il successo di Alice nel paese delle meraviglie fu immediato e non solo sul piano letterario: anticipando fenomeni di massa come quello che nell’attualità riguarda Harry Potter, anche i personaggi nati dalla penna di Carroll furono oggetto di sfrenate operazioni di marketing, pur declinato nell’eleganza dell’età vittoriana: carte da parati, vetrini per lanterne magiche, carte da gioco, scatole di biscotti, giocattoli e perfino servizi da the. E poi le trasposizioni sul piano teatrale, documentate in mostra da programmi di spettacoli, locandine, ritagli stampa e fotografie.

Ma torniamo per un attimo all’Alice reale, quell’Alice Liddell che aveva solo quattro anni quando Carroll la conobbe, nel 1856. Da allora lo scrittore, che fu anche uno dei più prolifici fotografi amatoriali del tempo (circa 3000 gli scatti documentati) iniziò a fotografarla, smettendo solo 14 anni dopo. La sezione fotografica, quasi una mostra nella mostra, rivela questa pregevole e intima produzione, incentrata principalmente su Alice e le sue due sorelle, affiancando scatti di Carroll ad altri di Julia Margaret Cameron.

Dalla fotografia alle arti visive. Carroll era in contatto con il gruppo dei Preraffaelliti ancor prima di diventare scrittore, in particolar modo con Millais, Hughes, e soprattutto Dante Gabriel Rossetti, nomi tutti documentati nel percorso da opere tese tra sogno e innocenza, una delle quali, Waking di Millais, rivela molte assonanze con una fotografia di Alice Liddell scattata da Carroll.

Nella prima metà del Novecento il movimento artistico che più si confrontò con le opere di Carroll fu il Surrealismo, nella sua costante ricerca di ponti tesi tra reale e surreale. Alice nel paese delle meraviglie, con i suoi nonsense, l’abolizione delle leggi spazio-temporali nonché un forte straniamento degli elementi quotidiani, fu visto da Breton & Co. come una sorta di surrealismo ante litteram. Numerosi i quadri surrealisti che esplicitamente omaggiano l’opera di Carroll, da The stolen mirror (1941)di Max Ernst - l’artista che più rivisitò la figura di Alice - a Salvador Dalì, autore sia di una versione d’artista di Alice nel paese delle meraviglie, sia di un film d’animazione dedicato ad Alice, realizzato nel 1946 (ma completato solo nel 2003) assieme a Walt Disney. A proposito di cortometraggi d’animazione, nel percorso si possono gustare anche la prima pellicola dedicata ad Alice, del 1903, quella di René Magritte del 1957, così come quella realizzata in stop motion da Jan Svankmajer nel 1971.

La sezione seguente porta agli anni Sessanta e Settanta, con le rivisitazioni dell’opera da parte dell’arte concettuale, comprendente anche una delle classiche definizioni del concetto di tempo di Joseph Kossuth, ma anche della Psychedelic art, come i lavori dalle cromie acide di Adrian Piper o di Graham Ovenden. Non meno suggestivi gli esiti delle ricerche contemporanee, che ben dimostrano come l’opera di Carroll sia un evergreen capace di toccare numerose questioni, in primis le mutazioni che dall’infanzia portano all’età adulta e le diverse, infinite percezioni possibili della realtà. Tra le varie opere segnaliamo infine le fotografie di Francesca Woodman, il video face to face di Douglas Gordon, i disegni onirici di Kiki Smith e le fotografie di gusto neo-preraffaellita di Annelies Strba, che ci ricordano come i sogni possano diventare a tratti incubi, e viceversa.

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