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Riflessi

Foto di Alessio Osele

Quando il piccolo pugno di tuo figlio nato da poco, stringe forte il tuo dito, senti e capisci che quel legame ti àncora indissolubilmente alla vita. Sono riflessi arcaici, respirazione, suzione e deglutizione, segnali della buona salute del bambino e del grande mistero dell’esistenza. Riflessi innati che promettono tutto il bene del mondo. Bene che senti allontanarsi quando testano i tuoi riflessi per comprendere se ci sono danni al sistema nervoso. Magari non lo capisci subito, ma da tanto tempo suonavano campanelli d’allarme e non ti fermavi ad ascoltare quello che il tuo corpo urlava.

Con una “non diagnosi”, quindi ignara e spaventata, vengo mandata a fare fisioterapia in un’associazione privata con la scritta “sclerosi multipla” sulla porta. Non è il mio caso, penso, e poi non so molto di quella malattia. Solo le angoscianti descrizioni di una collega che aveva la madre gravemente malata di “quello”, che era completamente immobile, non parlava più e chiudeva solo un occhio per dire sì o no. La collega terminava ogni discorso con un “sarebbe meglio che morisse”, cercando il mio consenso che non arrivava. Era la prima volta che entravo in contatto con una simile mancanza di umanità e, istintivamente, detestavo quella donna. Confesso di aver cercato il litigio con lei proprio perché i suoi racconti e la sua durezza d’animo mi facevano star troppo male. Poi la ruota gira e una decina di anni dopo quella malattia la troveranno a me, la collega era ormai una baby pensionata e così mi sono così risparmiata i suoi auguri di... fare in fretta?

Dopo la visita con la fisiatra in quell’associazione mi faranno seguire le loro attività per tre mesi, direi i peggiori della mia vita e talmente devastanti che a distanza di quasi vent’anni me ne tengo ancora alla larga. Sembrava una tragica candid camera, io in cerca di conferme e loro a schierarmi davanti tutti gli operatori pronti a curarmi! Logopedista, fisioterapista, ergoterapista, assistente sociale, psicologo, esperto di ausili, terapista occupazionale. Sembrava fosse solo questione di tempo, ma io, zuccona, non capivo. Sicuramente per debolezza di cuore o viltà d’animo, non so, non mi sono mai riflessa in quest’associazione. C’era qualcosa di forzato che mi faceva scappare, e poi non volevo diventare loro paziente fissa, forse perché non mi sentivo abbastanza grave. E quei loro furgoni con la scritta, che incontro girando in città mi stringono sempre il cuore.

Da allora mi rifletto nei compagni di sventura incontrati casualmente nei vari ricoveri fra Trento, Bolzano e Milano. La malattia ha tre forme e disabilità a diversi stadi, gli organi colpiti variano da uno all’altro così com’è personale il modo di affrontarla. Sicuramente stiamo provando cose che voi sani non immaginereste mai! Ho conosciuto guerrieri che si battono per farsi riconoscere il diritto a farmaci nuovi, a interventi economici dello stato. Quelli rassegnati che si lasciano andare. Altri sono sopra le righe, ridono con l’allegria dei bambini che giocano a nascondino in un cimitero! Tutti, chi più chi meno, siamo in uno stato di shock che peggiora giorno per giorno.

Da poco è come avessi incontrato me stessa elevata all’ennesima potenza. Come avessero tirato ai lati estremi i miei pregi e difetti e uno emergesse sull’altro. Stessa stanza e malattia. Lei più giovane e più colpita. Un fiume di parole contro la mia voglia di silenzio. Una cura ridicola dell’abbigliamento, l’intimo in particolare. Un continuo suonare il campanello giorno e notte. Poi capisci che tante sono ossessioni, che non è cosciente dei suoi limiti e si contraddice continuamente. Evito i particolari perché è emersa una me stessa che non mi piace, che non accetta di peggiorare e che, spaventatissima, ha cambiato stanza.

Mi sarei sicuramente innamorata di quello splendido uomo che assomiglia a Richard Gere e che dicendomi: “Mi piacerebbe baciarti tutta!” mi ha fatto capire il dramma della sua immobilità e delle nostre barriere fisiche. Soprattutto quella mentale, che mi ha impedito di rispondere prontamente che sarebbe piaciuto tanto anche a me. Ho riconosciuto, riflesso nei suoi occhi, il mio identico bisogno d’amore.