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Con gli occhi, con il cuore, con la testa

Le fotografie della collezione Trevisan

Certe volte si è portati a pensare che lo specifico della fotografia sia la capacità di cogliere un istante casuale della realtà, un gesto spontaneo, una fase del movimento che sfuggirebbe alla normale capacità dell’occhio, insomma tutto quello che la caratterizza come “istantanea”.

La mostra “Con gli occhi, con il cuore, con la testa” - basata sulla collezione di Mario Trevisan acquisita dal Mart nel 2010 come prestito decennale, visitabile fino al 9 settembre - ci fa vedere che le cose non stanno proprio così, che la fotografia non è solo questo, e non lo è stata fin quasi dalle origini.

Questa collezione possiede un’ampiezza temporale che impressiona (andiamo dal Fox Talbot del 1844 alle odierne Cindy Sherman e Vanessa Beecroft) senza, fortunatamente, voler fare una storia della fotografia (il percorso infatti non è cronologico, ma per nuclei tematici), non allontanandosi mai troppo da un certo “filo rosso” che corrisponde al gusto personale e alla cultura di chi l’ha voluta: il gusto per una scena che è in gran parte forgiata dall’immaginario dell’autore della foto, sia che si tratti di una vera e propria messa in scena (si pensi al Don Chisciotte di William Lake Price, del 1851), di una posa, di un prelievo dalla realtà o di una fantasia surreale.

Una messa in posa sono, senza nascondere di esserlo, anche i ritratti, ambito di applicazione della nuova tecnica che ebbe vasto successo popolare nel corso dei primi decenni: la più nota ritrattista dell’800, Margaret Cameron, è l’autrice di un ritratto da patriarca fatto al marito nel 1871, qui esposto.

Ma molto indicativa è la netta predilezione, sempre in quell’epoca, per le ricostruzioni in studio di scene di genere, come la serie di Vincenzo Giacomelli o i “quadretti” popolareschi di Melendez, di Naya, di Sommer; le scene sociali di sapore letterario, alla Dickens, di John Thompson del 1878, fino (e qui si ricorda la sorta di competizione che certi fotografi ingaggiano con la pittura accademica coeva) alle ambientazioni e alle scene di storia antica. Di sapore più quotidiano, ma anch’esso frutto di una sottile orchestrazione, sono i due bambini che giocano a dama (1863), di Lewis Carroll, l’autore di “Alice nel paese delle meraviglie”, che era anche un appassionato fotografo.

Che la fotografia non possa essere relegata a puro documento del visibile, ma sia stata e continui ad essere uno strumento espressivo duttile, continuamente permeato dalla capacità immaginativa e dal fabbisogno simbolico del suo autore, si rende anche più evidente nelle scelte compiute da Mario Trevisan per il ‘900. “Ho sempre amato molto il Surrealismo, - dice in un’intervista - la mia collezione è formata da un nucleo centrale di opere di artisti surrealisti, sia del primo periodo francese, sia di alcuni americani venuti in seguito. Da questo centro partono poi due frecce (...): indietro nel tempo prendendo in considerazione i fotografi dell’Ottocento che, più o meno consapevolmente, hanno avvolto le loro opere in un’atmosfera surreale. Penso ad esempio all’albumina dell’interno della moschea del Cairo di Henri Béchard. Dall’altra ho rivolto il mio interesse alla seconda metà del Novecento fino ai nostri giorni.”

Il corpo, soprattutto femminile, è il campo in cui si esprimono certi segni dei tempi, il mutare di quel fatto tutto culturale che è l’erotismo, sguardo filtrato. Ora, in area surrealista il corpo è spesso disturbato da un sovraccarico di interferenze simboliche, a meno che non si tratti della capacità ironica di un Kertesz. Meno problematico, invece, è il piacere citazionista nei riguardi della pittura che accomuna opere molto distanti tra loro, i nudi di Antoine Moulin (1852), quello di un Edward Weston (1939) e lo Studio per Ofelia di Cecilia Camporesi (2004). Per non dire di ciò che riesce a raccontare, attraverso i corpi femminili, una star contemporanea come la Beecroft.

Improvvisamente, si inserisce nel percorso un piccolo nucleo - ma duro come un colpo allo stomaco - di fotografie dell’orrore: sono, guarda caso, quelle prelevate dalla realtà, senza aggiungere niente di immaginario: foto di esecuzioni (nel Giappone ottocentesco), e altri massacri.

È invece con certe nature morte e soprattutto con il paesaggio urbano e naturale che si torna ad una sensibilità tra onirica e metafisica, in alcune delle sue espressioni più misteriose e persuasive in questa mostra, come “Baia delle Zagare” di Franco Fontana (1970) e “Victoria Falls” di Olivo Barbieri (2006).

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