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Pacher e le primarie

Il giorno dopo l’annuncio dell’addio alla politica, Alberto Pacher, all’assemblea provinciale del PD, si trovava casualmente seduto tra due medici: Maurizio Agostini e Violetta Plotegher. Contrariamente alle aspettative - e a una lunga tradizione autolesionista della sinistra trentina e italiana - l’incontro del partito non si è risolto in una lunga seduta psicoanalitica per rintracciare i motivi interni che avrebbero indotto il “generoso” Alberto alla rinuncia. Al di là delle mozioni degli affetti e della retorica di circostanza, il messaggio uscito è stato il seguente: “Grazie Pacher, adesso giriamo pagina”. Capitolo chiuso. La diagnosi della situazione si diffonde subito tra maggiorenti e militanti: il vicepresidente della Giunta, persona onesta, dopo l’insignificante prova personale di governo di questi ultimi anni, ha capito da solo che un’eventuale ascesa alla Presidenza sarebbe stata una sciagura per il Trentino e forse anche per se stesso. Meglio dunque farsi da parte. Si potrebbe dire che per la prima volta contano i fatti concreti e non le alchimie partitiche: dato che non lo faceva il partito, Pacher si è sfilato da solo. Ciò non può essere che un gran bene.

Tuttavia le motivazioni addotte da Pacher per spiegare questa scelta comunque di rottura sono inconsistenti e stranamente allusive, inficiando qualsiasi buona intenzione e dando adito ad altre possibili dietrologie. Ne parliamo più avanti; il punto centrale è quanto tale scelta si riconnetta alla storia di questi anni: che ci parla di un Pacher che, svestiti i panni del mite agnello, regolarmente diventa il fidatissimo esecutore dei comandi dellaiani, tutti indirizzati ad uccidere sul nascere qualsiasi autonomia della sinistra. Così poteva essere anche questa volta. Né è detto che, anche se tutti adesso danno per scontato la definitività della scelta, non si finisca per assistere a un qualche ripensamento e sorpresa dell’ultim’ora, come già visto alle ultime elezioni provinciali, con Pacher che spergiurava di rimanere sindaco di Trento, per poi invece candidarsi, su pressante richiesta di Dellai.

Anche perché l’assenza di Pacher può essere strumentale ad una messa in discussione della coalizione di centro sinistra alla guida della Provincia. Già qualcuno, vedi l’assessore dell’Upt Mauro Gilmozzi, afferma che il vice presidente era un argine e una garanzia contro le sbandate di sinistra del PD: sbandate che nessuno ha mai visto, ma nelle parole dell’assessore c’è tutta la difficoltà di un passaggio che può essere penalizzante per quel che resta del partito di Dellai. Lo stesso Presidente uscente, da mesi ai box di Montezemolo aspettando la partenza di una vettura difficilmente competitiva, lascia intravedere scenari alternativi con un PD marginalizzato.

La palla però è nel campo del PD, che sta subendo un prevedibile cannoneggiamento. Alcuni organi di stampa ne avevano già decretato la fine: senza Pacher non esiste il PD. Equazione surreale che si è cercato di rettificare in maniera goffa nei giorni successivi. Per una volta invece il PD non è nel caos. Sono venute allo scoperto due candidature possibili che già erano nell’aria, l’assessore Olivi e l’outsider Donata Borgonovo Re, mentre a bordo campo scalda i muscoli il giovane capogruppo Luca Zeni.

Certo, ci sono le obiezioni dei maggiorenti del Pd: per ora sono emerse quelle di Bruno Dorigatti in nome di un seppellito dirigismo di partito o di sindacato, e sottotraccia quelle tutte politicanti del senatore Giorgio Tonini (bisogna aspettare l’esito delle politiche: per vedere come gestire le alleanze, nella solita ottica per cui la politica non è cosa vuoi fare al governo, ma con quale formula ti presenti alle elezioni). Obiezioni per ora in minoranza. Ma che verranno rispolverate alla grande quando le altre forze della coalizione che vedono male quello strumento di partecipazione democratica, si diranno contrarie a queste modalità di scelta del leader. I maggiorenti di tutti i partiti vorrebbero discutere tra loro, attorno a un caminetto, chi (di loro) deve governare; attraverso una scelta in cui contano non i programmi, ma i reciproci rapporti. Naturalmente “per non provocare lacerazioni”; poiché i pubblici dibattiti, magari aspri, vengono rappresentati come caos primigenio, mentre gli accordi tra boss come democrazia.

Il fatto è che le primarie si stanno sempre più dimostrando una via ineludibile. Per parlare, attraverso il profilo dei candidati, di programmi. E su queste basi discutere, coinvolgere, far decidere agli elettori. Così si è visto a livello nazionale. È stato il pur duro confronto delle primarie a spazzare via nel Pd un gruppo dirigente carico di sconfitte eppur inamovibile (e i sondaggi hanno subito regalato 3-4 punti in più); e poi a impostare il dibattito su cosa “di sinistra” o “di centro” debba fare un governo nell’Italia della crisi.

Analogamente in Trentino il Pd, e tutto il centrosinistra, proprio attraverso le primarie, potrà discutere di post-dellaismo: cosa tenere, cosa attualizzare, cosa scartare del governo degli ultimi anni; e cosa vuol dire gestire l’Autonomia negli anni delle vacche non più grasse.