Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca

Sezione principale

Quei segnetti infidi

Il testo (una lettera, un articolo, fate voi) è pronto, manca però la punteggiatura, occorre provvedere. Con due dita si pesca allora da un mucchietto di segni d’interpunzione e se ne lascia cadere un pizzico sul foglio, dove scendono come una polverina posandosi casualmente fra una parola e l’altra. È una fantasia, ma di fronte a certi testi sembrerebbe una pratica diffusa. L’uso della punteggiatura ha una percentuale di soggettività; ma quando ti tocca tornare indietro a leggere perché una virgola, presente o assente, ti ha instradato verso un’interpretazione sbagliata, qualcosa non va. La precettistica in materia è complicata, ma in pratica, con un po’ di attenzione, si potrebbero evitare almeno gli sbagli più evidenti. Pensateci: quando parliamo, se non abbiamo problemi di fonazione od obnubilamenti dovuti all’età, mettiamo poche pause fra una parola e l’altra: diciamo, appunto, “pochepausefraunaparolaelaltra”. Di quando in quando, ci viene spontaneo interromperci con un breve stop: ecco, quella frase, messa per iscritto, dovremo in quel punto corredarla di una virgola (“ecco, quellafrase, messaperiscritto,...”). Insomma, basterebbe leggere mentalmente un testo per capire in che modo arredarlo con gli appropriati segni d’interpunzione. Poi succede che tanti giornalisti televisivi, a cominciare dall’austera Bianca Berlinguer, più attenti a tirare il fiato che a dare un senso a quel che leggono, fanno le pause all’interno stesso di una parola (“lexpremier Sil, vioBerlusconi”) e allora cascano le braccia.

Oltre agli svarioni gravi (quelli che intralciano la lettura), ci sono poi alcuni usi impropri, come i due punti considerati equivalenti al punto e virgola, l’abuso dei trattini, la decadenza della parentesi, ecc.; ma qui manca lo spazio (e la voglia) di trasformare queste note in un manuale. E poi a volte vien da pensare che la propensione ad usare correttamente la punteggiatura sia un dono naturale, che non s’impara. Come l’essere intonati.