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Dipinti di figura e capricci floreali

I fratelli Guardi in terra trentina

Francesco Guardi, Apparizione dell’angelo a S. Francesco (particolare)

Mentre è in corso al Museo Correr di Venezia la grande mostra dedicata al vedutismo di Francesco Guardi (1712-1793) nel terzo centenario della nascita, viene esposto a Trento (Castello del Buonconsiglio, fino al 6 gennaio) un gruppo di opere dello stesso Francesco e del fratello maggiore Gian Antonio, provenienti dal territorio trentino, a conclusione di un’accurata campagna di indagini e restauri svolta in vista di questa occasione dalla Sovrintendenza per i beni storico-artistici.

Non si tratta di tutte le opere guardesche originariamente presenti sul nostro territorio: intorno alla prima guerra mondiale sparì, ad esempio, la pala della chiesa di Strigno, che ora si trova in un museo americano; ma anche altri dipinti se ne andarono e non sono stati più rintracciati, come i cosiddetti “Capricci Manfroni”.

Il padre dei due famosi fratelli Guardi, Domenico, era un pittore originario di Mastellina, in valle di Sole, le cui opere non sono mai finite nei libri di storia ma che ebbe il merito di voler ampliare i propri orizzonti trasferendosi prima a Vienna, dove si sposò, e poi a Venezia con la famiglia, mettendo a bottega i figli. Queste origini, e la problematica gestione di un certo patrimonio che rimase in valle continuando a dare qualche sostegno economico ad un’attività artistica non sempre lucrosa, spiegano la presenza delle opere. In particolare, il ciclo di lunette della sagrestia di Vigo di Ton, oggi restaurato dopo un periodo di grave degrado, fu commissionato ai Guardi dal parroco-mecenate don Piero Antonio Guardi, loro lontano parente, e dipinto intorno al 1738. Anche la commissione di altri dipinti di figura qui esposti, come la pala della stessa chiesa di Vigo di Ton (Madonna col Bambino), il Santo in adorazione proveniente da Castel Thun e l’Ultima Cena della stessa provenienza (ma oggi in collezione privata), va più o meno direttamente collegata alla figura di questo prete, che fece da intermediario verso il principe vescovo Thun e la sua potente famiglia.

Si sa che l’attività che renderà celebre ed anche più agiato il minore dei due fratelli, il vedutismo intrapreso sulla scia di Canaletto, non inizierà prima del 1755. Le lunette di Vigo di Ton si collocano in una fase ben precedente, in cui Francesco va completando la formazione che da un decennio almeno lo vede impegnato nell’attività principale della bottega dei Guardi, la copia di quadri celebri, per la quale ricevono ad esempio, tra il 1730 e il 1746, un “magro salario” da un mecenate di Venezia, il maresciallo Schulemberg. Un retroterra, dunque, di intensa frequentazione della grande pittura seicentesca, ma anche contemporanea, che appare evidente in ognuna delle tre lunette (due attribuite a Francesco, la terza al fratello), tra “Balestra e i napoletanizzanti veneti”, come osserva Raggianti. Questi dipinti, che presentano piani di qualità diversi anche al proprio interno, non interessano per i riconoscibili e quasi dichiarati modelli iconografici (Ricci, Tintoretto), ma per certi inserimenti marginali, un’inattesa natura morta, un cenno di paesaggio, e poi alcuni brani di una baluginante nervosa pittura che diventerà da lì in avanti la cifra di Gian Antonio, considerato, nel campo dei dipinti di figura, l’ultimo grande interprete del rococò veneziano.

Il Santo in adorazione (di Francesco) e l’Ultima cena (di Gian Antonio) rivelano un linguaggio più evoluto, che fa di questi dipinti dei punti di riferimento nel loro repertorio, e chiarisce le differenze di sensibilità e di stile dei due fratelli. Un discorso analogo può valere per le due pale, anch’esse qui esposte, la Madonna col Bambino di Vigo e la Trinità della chiesa di Roncegno. Quest’ultima, considerata opera matura di Francesco, lontana dalle luminose scenografie del Tiepolo (cognato dei Guardi), inquieta e crepuscolare, divisa tra una terra avvolta in una cupezza ancora seicentesca e una luce divina che si fa strada fra nubi fosche, rivela in fondo uno stato d’animo non troppo lontano dalla malinconica visionarietà che troveremo in alcune delle sue più famose vedute del paesaggio veneziano, che paiono presentire la fine di un’epoca.

Il percorso della mostra si articola in una seconda parte dedicata alla riscoperta di alcuni “capricci floreali”, di Francesco, due dei quali siglati, un genere che godeva di una significativa committenza, nel quale il Guardi è largamente debitore ai modelli, risalenti a mezzo secolo prima, di Elisabetta Marchioni e Margherita Caffi.

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