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Il futuro di Dellai, e del PD

Da alcuni mesi Dellai è in campagna elettorale. “Mi mandate in esilio!”, si sfoga con i colleghi di Giunta. Ormai però ha mollato gli ormeggi. Quando sarà il tempo, si dimetterà candidandosi alla Camera in una lista di centro espressione del movimento/partito di Montezemolo e Riccardi. Stavolta non può tornare indietro. Non si sa se il nuovo progetto centrista farà la fine dell’Api di Rutelli o riuscirà, grazie a qualche spot, alla benedizione di Monti o di qualche cardinale, o a un’alleanza con Casini, ad arrivare al 10/15% massimo: poco importa, rivestirà un ruolo marginale. Con tutta probabilità questo centro andrà al governo, sia esso formato da una coalizione di centro sinistra o di unità nazionale, e il nostro Dellai forse si ritaglierà un ruolo come sottosegretario (magari alla Protezione civile, portandosi dietro il dirigente generale Raffaele De Col); un miraggio invece quello di ministro degli Enti locali. Alla convention di Roma, il “montanaro” Lorenzo ha fatto un discorso abile, moderato in mezzo a parole d’ordine di destra, superiore ai vari Riccardi od Olivero: ma resta pur sempre il quarto o quinto della cordata, proveniente da una terra che non porta voti. Staremo a vedere il suo futuro personale. Destino individuale che non interessa molto al Trentino. Il problema è che Dellai, per andare a Roma, dovrà trovare i voti qui. Non dubitiamo del suo consenso personale, ma se il progetto di Montezemolo si rivelasse un flop a livello nazionale, le ricadute anche qui sarebbero notevoli.

E l’aria non è buona per Dellai. Mezze Acli sono sorprese, confuse o furibonde per la scelta del presidente Olivero di appoggiare un movimento che di sociale ha ben poco. Non parliamo della CISL, la cui capacità di mobilitazione elettorale è quasi nulla. Dellai dovrà costruire intorno a sé una lista presentabile. Ma anche qui, salvo sorprese, nella sua area di riferimento non troviamo “campioni”: gli assessori dell’Upt, Gilmozzi e Mellarini, che pure vorrebbero un posto a Roma, sembrano a fine corsa, ma è tutto il partito ad essere in profondissima crisi. Anzi, i dirigenti del fu partito di Dellai non sanno che pesci pigliare, in quanto, per fare soltanto un esempio, il “partito dei sindaci” propugnatore delle Comunità di Valle contestatissime proprio dai sindaci, non sa a che santo votarsi, tanto più ora che il leader se ne va, non interessandosi per nulla a chi lascia indietro.

Al centro si muove anche Tarolli, ma l’inconsistenza programmatica degli esponenti dell’Udc, volonterosi ma per nulla incisivi, impedisce loro di essere un’alternativa per l’elettorato moderato e cattolico. Elettorato che comunque rappresenta una significativa porzione dei voti trentini, per cui il vuoto che si aprirà con la partenza di Dellai dovrà essere riempito da qualcuno. In pole position Silvano Grisenti. L’ex assessore scalpita per tornare in pista e aspetta il verdetto della Cassazione, in programma per il 4 febbraio: se il processo venisse annullato, Grisenti sarebbe pronto per candidarsi come presidente della Provincia con un’alleanza di centro-destra. Con il passare del tempo questa scadenza sta assumendo un rilievo inusitato, proprio a motivo del vuoto politico descritto in precedenza. Grisenti potrebbe per davvero mettere in piedi uno schieramento alternativo. E molti trentini lo voterebbero ad occhi chiusi, come se una qualche rimozione della sentenza giudiziaria cancellasse l’enormità politica del caso “magnadora”: che è - ricordiamolo - obbligare i sindaci a fare propaganda politica per il partito, pena la mancata concessione di contributi pubblici. Un’enormità. Ma la memoria dei cittadini è cortissima. E l’attenzione a temi come la moralità e la correttezza istituzionale è labile, nella società e ancor più nei partiti.

In attesa di questi sviluppi, per il PD si aprono comunque praterie di spazio politico che potrebbe occupare garantendosi per i prossimi anni un’assoluta centralità. Sembra però che anche il PD attenda il ritorno di qualcuno, che ha un nome e un cognome, Alberto Pacher. Sembra impossibile che, dopo il clamoroso fallimento del Pacher assessore, qualcuno voglia azzardare il Pacher presidente, eppure nei corridoi circola anche questa possibilità avallata dal fatto che molti pacheriani di ferro, a cominciare dal sindaco di Trento Andreatta, non perdono occasione per stigmatizzare il comportamento del partito che sarebbe stato troppo liquidatorio verso il “generoso” Ale.

Il successo di partecipazione e di visibilità politica che hanno rappresentato le primarie a livello nazionale, a prescindere dall’esito del ballottaggio, potrebbero per davvero incentivare il PD ad occupare la scena puntando sull’innovazione e sul coinvolgimento dei cittadini. Una strada che però deve essere percorsa con determinazione: a questo punto rinunciare alle primarie per la scelta del candidato successore a Dellai sarebbe davvero un suicidio.