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Danzare oltre

Ammetto, sarò diventata insofferente ma mi succede spesso di chiedermi: il vero disabile chi è? Sono io in carrozzina o chi sfrutta la mia e altrui disabilità per parcheggiare in centro, entrare gratis a mostre, spettacoli vari? Assisto a improbabili apprendisti del sociale che pontificano, facendo test sulla cultura della disabilità nel posto dove ci troviamo. Ma, controllato che i servizi sanitari siano a norma, il parcheggio disponibile, tornano gli indaffarati di sempre. La solidarietà reale è faticosa, richiede impegno e attenzione costanti. Della persona disabile purtroppo prevalgono solo l’aspetto assistenzialistico, i tanti problemi e il bisogno di cure. Quello che si trascura è di considerarle persone come tutti, che possono desiderare di entrare nel mondo culturale e artistico. E soprattutto uscire da casa!

Sicuramente molti sanno spingere la carrozzina come fosse una testa di ariete che sfonda la folla in attesa di entrare ad uno spettacolo. Ma poi si scaricano come pile esauste e ritorni perplessa e sola, come di solito sei. Anche durante lo spettacolo commovente di Simona Atzori, ricacciate le lacrime, io, disabile perfida, ho risfoderato la mia capacità critica. Convinta che tutti i disabili avrebbero diritto non dico a un palco, ma almeno a una palestra, dove esprimere le proprie potenzialità artistiche. Possibile che anche in una categoria di capri espiatori universali esistano i più fortunati?

Ritorno amabile solo quando gli stretti confini della mia disabilità si spalancano sull’infanzia, su gioco e libertà di espressione mai sperimentate. Quando posso imparare almeno qualcosa di nuovo ogni tanto, appagando bisogni intellettuali e artistici. L’anno scorso è toccato agli scacchi e a un laboratorio di teatro rivolto alla disabilità. Da lì nuove amicizie e interessi, con un effetto domino costruttivo. Si è alzato il sipario sul mondo della danza... tante emozioni positive che hanno nutrito e coccolato il mio cuoricino affamato. Non credevo fosse avverabile e così bello, perché pesavano concetti erronei, tipo che la danza sia per persone abili, possibilmente belle e fisicamente perfette. E non per disabili che a malapena riescono a fare i movimenti più semplici e, spesso, nemmeno quelli.

Quando la danza incontra la disabilità, lo fa parlando direttamente col corpo, usando un linguaggio universale. Uno strumento di mediazione culturale e luogo d’incontro, non solo tra persone disabili e non, ma anche tra persone appartenenti a culture e lingue diverse. La “DanceAbility” (l’ideatore è Alito Alessi) è una tecnica di danza contemporanea, nata negli anni ‘80 dalla Contact Improvisation. Permette a persone con e senza disabilità di danzare insieme, attraverso un percorso di ricerca che sfrutta le diverse abilità individuali. Non si tratta di imparare dei movimenti legati a un rigido codice espressivo. La DanceAbility è, infatti, improvvisazione, libertà espressiva: si pratica da soli, in coppia o in gruppo e si basa sull’equilibrio, la gestualità, la relazione e il contatto. Attraverso un lavoro di concentrazione sulle sensazioni del corpo, permette di trovare nuove norme di espressione e d’incontro, aiuta a liberare le proprie emozioni e a sperimentare nuove possibilità di muoversi da soli o con gli altri.

Nei gruppi di DanceAbility, la disabilità non è un problema, ma un potenziale di scoperta diventando una nuova linea guida creativa. Gli handicap si affievoliscono e le possibilità appaiono così un terreno comune per la danza, e per costruire comunità di condivisione che incoraggi l’espressione artistica personale. Un’opportunità possibile anche da noi, a Rovereto, con l’Associazione Equilibrialtri, e l’insegnante Caterina Campagna.

 “Ciao, scusami sono di fretta, vado a danza contemporanea!” “Ah bello, io faccio quella africana!” “Io invece quella del ventre.” Tutte a ballare le giovani di oggi, che bellezza! Sarebbe piaciuto molto anche a me, ma allora non si usava. Era considerata emancipazione l’aerobica di Jane Fonda e un paio di sere in settimana mi sfinivo di esercizi in palestra. Mi piaceva molto la ginnastica a corpo libero e anche quando diventò fisioterapia, non ne feci un dramma, impegnandomi per mantenere a lungo elasticità ed equilibrio. Davvero mai avrei pensato di ballare sulla mia carrozzina e non trovarlo nemmeno troppo strano o impossibile. In occasioni come questa si apre un mondo talmente inaspettato e positivo da farmi pensare che forse è un peccato morire fino a quando lo stupore sarà così indulgente.

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