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Musicage

Cage, arte e leggerezza

John Cage

Chiacchieravo, tempo fa, con un’amica storica dell’arte sull’annoso problema dell’arte contemporanea, su “cosa è artistico e cosa non lo è” e su cosa quindi possiamo considerare davvero “opera d’arte” e cosa è invece solo un’operazione cialtrona o di dubbio valore. Lungi dalla possibilità di dare una risposta definitiva, oggettiva e univoca all’interrogativo in questa sede (se mai vi possa essere una sede dove tale risposta si dà), ci è parso trovare, come unico punto di riferimento e di discrimine, l’abilità artigianale, e non solo di pensiero, dell’artista; di ogni artista: pittore, scultore, scrittore, attore, regista, fotografo e chi più ne ha più ne metta. E quindi anche compositore e musicista. E quindi...John Cage e chi lo esegue.

Innegabilmente l’opera di Cage, in base al nostro parametro di valutazione dell’opera d’arte, ha valore artistico, al di là dei personali gusti e preferenze, poiché dietro alla sue opere vi è una solida artigianalità compositiva, frutto di un periodo di studio con Schoenberg, una grande amicizia con Pierre Boulez, un attento studio di autori come Varèse e Satie e soprattutto la curiosità e il profondo interesse per la musica e la cultura orientale, in particolare per gli I Ching, gli oracoli cinesi, da cui trarrà spunto per un nuovo sistema compositivo. Ma certo impeccabile è stato anche il Brake Drum Percussion, ensemble che sul palco della Filarmonica di Rovereto ha portato il concerto conclusivo della rassegna “Musicage”. Fascinoso il programma, dedicato tutto alle opere di Cage per percussioni (con una finale incursione nell’opera di Giacinto Scelsi): sul palco strumenti percussivi di ogni tipo e lastre metalliche, un pianoforte preparato e una vecchia radio, che, nel brano “Credo in Us” suona Beethoven in dialogo scherzoso con pianoforte e percussioni. L’aspetto ritmico di queste partiture si riveste dei colori timbrici dei diversi strumenti e del silenzio, elemento fondamentale e fondante della poetica dell’autore: “One 4” è per un solo esecutore, che realizza magistralmente una performance visivo-uditiva dove le mani toccano, sfregano, percuotono e scuotono vari strumenti e oggetti, con l’abilità di chi sa rendere incantevole anche il suono di una lamiera. Gioiosa e spensierata la “Suite for Toy Piano”, che vede tutti gli strumentisti seduti per terra, tre alle percussioni e uno ad un minuscolo pianoforte giocattolo, l’estrema provocazione dell’autore dopo il pianoforte preparato.

Un concerto che necessitava certo di una modalità altra di partecipazione, scevra dai cliché con cui si ascolta solitamente la musica classica, al tempo stesso più spirituale e giocosa, meno tecnica e più leggera, quasi “pop”, disponibile a lasciarsi suggestionare da ritmi e atmosfere timbriche resi magistralmente dagli esecutori.

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