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La fabbrica dei preti

Dal seminario al Sessantotto

Marzia Todero

Scenografia essenziale, nessuna costumistica. Quattro abiti talari appesi: le divise dei preti. Siamo nell’Italia pre e post Concilio Vaticano II. Sul palco pura recitazione.

Giuliana Musso dà magistralmente corpo a tre preti avanti in età che, indossato la veste talare a undici anni sono stati poi catapultati, a ventidue, nella società che si stava preparando al Sessantotto.

Attraverso la recitazione impeccabile e il testo folgorante della Musso, i tre preti raccontano lo sforzo di una vita trascorsa a recuperare quanto la pedagogia repressiva e dottrinale del seminario aveva loro tolto.

Giuliana Musso

La ricerca di una riconciliazione col mondo e con se stessi si declina nel primo con la rinuncia all’abito talare per ricongiungersi al suo complementare sposandosi; nel secondo con l’adesione alla Teologia della Liberazione e sposando la battaglia per il riscatto della donna; nel terzo, diventando prete operaio, forte della cara amicizia con una donna con la quale condivide la medesima esperienza d’abuso.

Tre uomini che, scissi dal mondo e scissi al loro interno, riscoprono la vita attraverso delle donne vere. Le mogli, le cittadine, le amiche.

I tre scoprono la risorsa che la donna rappresenta per la società e anche per se stessi, essendo la femminilità una componente dell’identità dell’essere umano. Ed infatti il grande abito talare che raccoglie in sé i tre aspetti di questi uomini va a ricongiungersi, in un abbraccio simbolico, con quello che al termine fa la sua comparsa in palcoscenico: la forza della femminilità dell’attrice. Da vedere, come tutti gli altri lavori della brava Giuliana Musso.