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Una santa provocazione

Croci sulle vette: simboli religiosi trasformati in autoaffermazioni di associazioni e singoli?

L’enorme croce di St. Jacob in Haus, (rendering).

Le associazioni ambientalistiche nazionali, coinvolte da Mountain Wilderness, hanno sottoscritto un documento rivolto alle amministrazioni pubbliche perché regolamentino l’apposizione di croci e altri simboli, anche laici, sulle vette delle montagne italiane. Il documento ha riscosso grande interesse e ovviamente anche reazioni scomposte. Era ovvio attendere le accuse di anticlericalismo, sostenute dagli ambienti più integralisti della Chiesa, commenti che di cristiano hanno ben poco: arroganza costruita sul vissuto di una presunta assoluta verità religiosa, assenza di rispetto verso altre forme di religiosità, verso l’ambiente e il paesaggio. Ma le reazioni più violente sono arrivate dal mondo delle guide alpine e del Soccorso alpino. Soggetti che si sono sentiti accusati direttamente e hanno volutamente frainteso il documento come una richiesta di togliere dalle montagne qualunque simbolo religioso. Da alcuni anni associazioni di volontariato (Guide alpine, Alpini, Schützen, speculazioni private) sono protagoniste in una rincorsa concorrenziale a chi impone in vetta la croce più grande, la più visibile, la più strana, perfino da illuminare con pannelli solari. Per potere dire: sono stato io. Quasi una idolatria. Le croci in vetta hanno poco più di un secolo. Nell’anno 1900 il papa Leone XIII inventò con sacro ardore un “omaggio a Dio”, chiedendo di imporre su 20 montagne italiane dei monumenti religiosi. Prima di allora i montanari si tenevano ben lontani dalle cime e tutte le religioni hanno letto le montagne come dimora degli dei o del dio. La montagna si frequentava certo anche pregando, ma con grandi giri attorno ad essa, con rispetto, con umiltà. Oggi, scrivono gli ambientalisti, “non ci si accontenta più come una volta di portare sulle vette simboli delicati, appena percepibili e visibili, inseriti nel fragile contesto che li ospita”. Da vent’anni in qua sta accadendo di tutto. Belluno è dominata dalla croce del monte Serva, alta oltre 7 metri, ai piedi del Monte Amiata si viene travolti da una croce alta 22 metri e 8 di base, sul monte Catria, in Umbria svetta alta 10 metri, sul Vanil Noiz a 2389 metri di quota, una croce illuminata truccata da torre Eiffel per arrivare al record: la croce del Tirolo, a St. Jakob in Haus, dove vi è in progetto una croce di 36 metri, con 19 di braccia; la si salirà in ascensore, ospiterà un museo e terrazze panoramiche. Un mostro. Ma sono nati anche i conflitti: in Svizzera si viene arrestati perché si demoliscono le croci, sul Pizzo Badile (quota 3308 metri) nel 2005, in contrasto con la enorme croce, delle guide alpine giulive hanno portato un Buddha. E in tanti, sempre più spesso, impongono alle pareti e ai sentieri di montagna santini, targhe, madonne, ricordi di amici e parenti morti. La rincorsa al segno. Nel più totale disprezzo di chi le montagne le percorre per ascoltarle, di chi ricerca silenzi, o vi legge il fraseggio della natura, dalle rocce ai colori, dal movimento delle nuvole in cielo al soffio del vento. Nel più totale disprezzo dei valori naturalistici questi simboli vengono imposti anche in zone ad alta fragilità ambientale, in aree protette, nel parco di Paneveggio come nel Brenta. La montagna viene ormai comunemente usata come palcoscenico di ambizioni personali o di gruppo, anche per costruire business (vedi il Cristo pensante sul Castellazzo). Si è perso ogni equilibrio, ci ricordano le associazioni: “Chi sale le montagne per cercare una propria dimensione, una certa intimità, viene privato dell’esperienza soggettiva e di gruppo dall’invadenza di questi segni, privato di un suo diritto: quello di cercare e trovare la preghiera anche nell’appoggio ad un sasso, nel confrontarsi con la torsione di un larice, nel ricordare le sofferenze della Grande Guerra, o nel ricordo di amici scomparsi. O ancora nella disperazione della fatica e della difficoltà. Le montagne, tutte, non hanno bisogno di croci e cristi per invitarci a pregare: è sufficiente camminare osservando, e sorridendo. La montagna viene così privatizzata, o da singoli o da decisioni di associazioni e pubbliche amministrazioni”. I commenti sui quotidiani ci hanno riservato di tutto. Dalla condivisione forte della iniziativa (il 69% dicono i sondaggi) fino alla dissacrazione: chi nelle croci arriva a leggere una simbologia sessuale tipicamente maschile, chi invita a campagne di “decrocizzazione e demadonnizzazione”, chi le ritiene utili per stendere i panni ad asciugare e chi è rimasto scandalizzato al solo pensiero di limitarne la diffusione. La montagna è cristiana, per definizione, hanno scritto. Il punto di equilibrio è stato proposto dalle posizioni di diverse diocesi, da quella trentina a quella valdostana. L’Avvenire, il quotidiano dei vescovi, ha dedicato una intera pagina di riflessione sul tema, invitando i credenti alla sobrietà e al rispetto di chi pensa diversamente, accogliendo il messaggio delle associazioni ambientaliste. A dimostrazione di sensibilità che stanno maturando, nei confronti del paesaggio e del pensiero diverso.