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Arte e design dell'antroposofo

“Rudolf Steiner : l’alchimia del quotidiano ”

Rudolf Steiner

Forse era eccessivo aspettarsi da una mostra la sintesi di un pensiero e di un’opera articolata e complessa come quella di Rudolf Steiner, ma ho l’impressione che quella in corso al Mart (fino al 2 giugno), pur ricca di oggetti e documenti, ci lasci andare alla deriva, manchi di un filo conduttore. Tanto più che al visitatore non è poi data la possibilità di riordinare o approfondire le idee su un catalogo, che non è disponibile in alcuna forma, nemmeno come umile riduzione di quello originale in lingua tedesca o inglese. E sarebbe stato, in un percorso piuttosto impegnativo come questo, più importante che in una “semplice” mostra d’arte. Ideata dal Vitra Design Museum di Weil am Rhein e curata da Mateo Kries, essa si apre con una sezione dedicata al contesto storico in cui va formandosi il pensiero riformatore di Rudolf Steiner (vissuto tra il 1861 e il 1925) e il suo movimento “antroposofico”, che si afferma in diversi e apparentemente disparati ambiti, dalla pedagogia all’agricoltura, e altri ne influenza, tra i quali l’arte figurativa, l’architettura e il design. Il movimento nasce in contrapposizione a quella che il fondatore avverte come una cultura “materialista” imposta alla società dall’industrializzazione e dal prevalere della tecnica e della burocrazia. Nello stesso periodo sorgono vari altri movimenti riformatori, sia in ambito sociale e politico che artistico, dove abbiamo rotture addirittura rivoluzionarie con le avanguardie del cubismo, dell’espressionismo, del futurismo. Perché non riservare, in mostra, maggiore spazio al confronto con questi movimenti? Una nutrita serie di sedie, disegnate tra il 1905 e il 1922 da vari autori, tra i quali lo stesso Steiner, Wright, Hofman e altri, occupa la parte centrale di questo spazio, e comprende anche il prototipo della sedia per la platea dell’edificio chiamato Goetheanum. La sedia è in qualche modo protagonista dell’intero percorso (ne compaiono altre due serie, disegnate in varie epoche e fino ai nostri giorni), e potrebbe essere un filo conduttore oggettuale della mostra, se fosse accompagnato da qualcosa che renda più comprensibili i rapporti tra questi oggetti di design e le loro fonti di ispirazione. Goetheanum è il nome dato all’edificio, dotato di grande palcoscenico e platea, progettato da Steiner e realizzato a Dornach, in Svizzera, tra il 1913 e il 1920, considerato (nella sua versione ricostruita dopo un incendio) riferimento stilistico dell’architettura organica. Quine vediamo il modello in scala e i progetti. Le opere che destano forse più curiosità sono però gli acquarelli, i pastelli e soprattutto i disegni alla lavagna di Steiner, perché vi leggiamo la trasposizione delle sue idee nell’arte. Ma, osservando altre opere esposte, mobili, plastici di architettura realizzati da autori diversi, si è talvolta colpiti da uno scarto tra le ambizioni e gli orizzonti prospettati dal pensiero steineriano e i prodotti concreti che più o meno direttamente vi si ispirano. Interessanti in alcuni casi, ma in vari altri privi (pensiamo a certe forme appesantite degli anni Venti e Trenta) di quella “etericità” spesso evocata nelle teorie del fondatore. Steiner aveva una formazione scientifica, rispettava i risultati della scienza, ma sosteneva l’esistenza di un mondo soprasensibile non indagabile dalla scienza. Anche in ambito artistico, si tratta per lui di riattivare la capacità di sintonia con le forze spirituali che reggono il mondo fisico, una capacità che a suo giudizio è andata a smarrirsi con lo sviluppo tecnico-scientifico della società moderna: la bellezza impressa in un essere deriva dal cosmo, tutto il cosmo opera in quell’essere, occorre sentire come l’universo si manifesti nella figura umana: la Venere di Milo fu creata così non grazie allo studio dell’anatomia ma perché in quei tempi si riconosceva l’esistenza delle forze cosmiche che compenetrano il corpo fisico. Nella parte finale del percorso troviamo la realizzazione delle “stanze cromatiche” da lui ideate con fini terapeutici, e un riferimento all’opera di Josef Beuys, il grande artista “sciamano”: anche in questo caso, un rapporto che avrebbe meritato uno sguardo più approfondito.

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