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L’Argentina non dimentica

A trent’anni dalla fine della dittatura, la vicenda dei desaparecidos è un capitolo ancora aperto. Una visita al Parco della memoria di Buenos Aires.

Buenos Aires, Parco della memoria: l’elenco dei 30.000 desaparecidos.

Si parte, molto spesso, dai numeri, per rendere l’idea delle tante tragedie che hanno costellato il ‘900, producendo il suo lato oscuro. Al Parco della memoria delle vittime del terrorismo di stato di Buenos Aires, il numero da cui partire è 30.000. Tanti furono, infatti, i desaparecidos, vittime mai ritrovate della dittatura militare e fascista iniziata il 24 marzo 1976, con il golpe che portò al potere il generale Jorge Rafael Videla, e durata fino al 1983. Vittime della cosiddetta guerra sucia, la guerra sporca che ha coinvolto per anni settori impuniti dell’esercito nel rapimento, tortura ed uccisione di migliaia di persone senza che amici e familiari riuscissero mai ad avere informazioni sulla loro sorte. Membri di gruppi in opposizione, a volte armata, al governo, come i peronisti Montoneros, ma anche, man mano che la repressione avanzava, persone semplicemente preoccupate per l’acuirsi delle ingiustizie sociali, sindacalisti, madri disperate per la scomparsa di figli e figlie.

Nonostante gli ormai trent’anni dalla fine della dittatura, sono state molte le coperture di cui hanno goduto i responsabili dei massacri, soprattutto nei dieci anni di governo del neoliberista Carlos Menem. Quello del terrorismo di stato è un periodo ancora molto buio. Il Parco della Memoria è uno dei tanti e faticosi passi che l’Argentina sta facendo nel tentativo di illuminarlo. Cercando di andare oltre ai numeri. Districandosi, con immagini e simboli, tra gli infiniti temi umani, politici, economici, internazionali, che si sono allora intrecciati. E cercando di farlo in una forma comprensibile ai più. Partendo dall’ubicazione: sito in una delle arterie principali dell’enorme Capitale Federale, l’Avenida Costanera Norte, il Parco è sostanzialmente costituito da una piacevole passeggiata sul Rio de La Plata, il fiume che sembra un mare, che separa Argentina ed Uruguay. Dall’altra parte della strada, l’Aeroparque, il secondo aeroporto di Buenos Aires. Il rumore di aerei in partenza mi accompagnerà per l’intera visita. A ricordo dei vuelos de la muerte, aerei pieni di prigionieri drogati e stremati dalle torture. Che sorvolavano il fiume per liberarsi del loro carico, completando il processo di sparizione.

Jorge Videla al tempo della dittatura

Iniziando il percorso, scorro i molti cartelli che cercano, con semplicità, di informare sui passaggi principali della storia Argentina dal marzo 1976. Dal primo comunicato della Giunta Militare dopo il golpe che chiede alla popolazione di “porre estrema attenzione ad evitare condotte personali o di gruppo che possano richiedere il drastico intervento del personale in operazione”. Passando per la descrizione delle complicità tra le dittature sudamericane e gli USA del Premio Nobel per la Pace Henry Kissinger. Fino ai gloriosi mondiali del 1978, vinti in casa dall’Argentina. Mentre i torturatori dell’Escuela Mecanica de la Armada (il più grande centro clandestino di detenzione del paese, che vide passare 5.000 persone e sopravviverne meno di 100) potevano alzare il voltaggio dei loro strumenti di tortura grazie al boato del vicino stadio Monumental, che copriva le urla dei torturati. Per arrivare al legame tra politica ed economia, ricordando l’incredibile aumento, in quegli anni, del numero di persone che soffrivano la povertà, la nascita e l’esplosione del debito pubblico. La creazione delle basi di quel sistema che ha portato l’Argentina al collasso nel 2001.

“Nessuno di loro è mai tornato”

Una denuncia di scomparsa.

Finisco la passeggiata nella sala che si dedica al dramma umano della repressione. Una in fila all’altra, una cinquantina di denunce. Soprattutto di madri in cerca dei loro figli. Una quantità infinitesimale della totalità di denunce che le Comisarìas di tutto il paese hanno raccolto in quegli anni. Sufficienti, però, a rendere l’idea. Soprattutto per la loro somiglianza. La descrizione della persona scomparsa e, quasi sempre, la segnalazione di come questa sia stata prelevata da “alcune persone”, in casa o per strada, per poi scomparire nel nulla. “Delle persone descritte qui, nessuna è mai tornata a casa” mi informa José Luis, la mia guida. Ed il Parco della Memoria è l’unica tomba che possiedono, vicino al fiume dove, forse, sono state gettate. Mai le loro madri le hanno riviste. Alcune di loro non sono, però, rimaste solo ad aspettare. Si sono riunite, conosciute, mobilitate. Hanno dato vita al collettivo delle Madres de Plaza de Mayo, dal nome della piazza centrale di Buenos Aires, dove si incontravano portando con sé cartelli o pezzi di stoffa con i nomi dei figli. Alcune di loro sono diventate a loro volta vittime della guerra sporca. Ma il loro impegno è stato fondamentale, negli anni, per indebolire il regime e portarne a galla le nefandezze.

La visita si conclude con il monumento commemorativo, che dà corpo al numero 30.000. Uno in fila all’altro, ordinati per anno di scomparsa, i nomi e le età dei desaparecidos. Incisi su lastre che si snodano, nell’intenzione dei creatori del Parco, come una ferita aperta sulla terra argentina. Qui si può omaggiare una generazione. Ventenni e trentenni, soprattutto. Studenti universitari, giovani avvocati, insegnanti, sindacalisti, operai. Molte donne incinte.

Jorge Videla in tribunale nel luglio 2012

Accanto a me sono tante le persone che esplodono in lacrime. “Oggi è un giorno festivo - mi dice José Luis - e tante persone vengono qui, a commemorare i loro cari. L’apertura di questo posto è stata molto importante. Prima, per più di vent’anni, non c’erano dei luoghi pubblici dove rendere omaggio agli scomparsi”.

Nel passare, anche lui si sofferma davanti ad alcuni nomi. Compagni di Università, soprattutto. Il periodo della dittatura, per José Luis, è coinciso con la fine degli studi e l’inizio della sua attività di avvocato del lavoro, oltre che di militante del Partito Comunista. “È strano - mi dirà più tardi - come il solo fatto di essere ancora vivo ti faccia venire il dubbio di non avere fatto abbastanza. Ora, è molto difficile ricordare quegli anni. Le informazioni sulle sparizioni e le torture, che sono arrivate dopo il ritorno alla democrazia, si mischiano con le sensazioni di allora. Quando avevamo sì paura, ma non capivamo molte cose. E ci veniva il dubbio che le cose andassero proprio come ci diceva la propaganda governativa”.

Sono ancora molte le cose che non si sanno sul “Processo di Riorganizzazione Nazionale”, il nome che i suoi artefici hanno dato alla dittatura argentina. Mancano notizie sulla sorte dei 500 bambini che si stima siano stati sottratti alle prigioniere, spesso trattenute nei centri di detenzione da incinte, per poi consegnarli a famiglie di membri della dittatura, e che ancora oggi vivono ignari della loro origine.

Ancora controverso è considerato anche il ruolo in quegli anni della gerarchia ecclesiastica argentina, che oggi vede uno dei suoi protagonisti dell’epoca nientemeno che nel ruolo di Papa. Per tanti degli artefici dei massacri, poi, non vi è stata alcuna condanna. Soprattutto i quadri intermedi ed inferiori dell’esercito, spesso direttamente responsabili di rapimenti e torture, sono stati finora risparmiati da tutti i governi. Ma anche lo stesso Videla, il dittatore mai pentito della “lotta ai sovversivi” e deceduto pochi giorni fa, è stato condannato all’ergastolo soltanto nel 2010. Se il tempo darà nuove risposte, sarà grazie all’impegno di tanti uomini e donne che hanno lottato, negli anni della democrazia, per far riaffiorare la verità. E mantenere la memoria.

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Alessandra Centurelli

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