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Festival di regia teatrale “Fantasio”

Bella, immeritata fine di un festival prezioso

“Le nozze di Figaro”

Un Festival che mette a confronto, su un medesimo testo, oltre cento compagnie da diversi paesi d’Europa: una bella idea, una bella sfida. Questo è stato il Festival Fantasio, tenutosi a Trento per 15 edizioni: è stato, dicevamo, perché quella tenutasi a metà aprile è stata l’ultima edizione.

Edizione particolare, eppur emblematica. Perché invece delle tradizionali selezioni regionali e nazionali, che scremavano una quindicina di compagnie che poi si presentavano a Trento per la finale, c’è stata una sola serata, con la partecipazione di cinque tra le compagnie vincitrici delle passate edizioni. E questa ultima fiammata ha mostrato ancora una volta l’estremo interesse della formula; e alcuni limiti.

Questa volta i partecipanti dovevano mettere in scena (con la massima libertà ma con il rigoroso limite di 18 minuti) alcune scene iniziali delle “Nozze di Figaro” di Mozart-Da Ponte. Una sorta di prologo drammatico: Figaro viene a sapere dalla sposa Susanna che la generosità mostratagli dal Conte di Almaviva è del tutto pelosa, il Conte vuole imporre lo jus primae noctis. Un incipit molto teso, sulle insopportabili prepotenze dei potenti, che Mozart-Da Ponte però nel prosieguo del libretto risolvono con gli strumenti dell’opera buffa, travestimenti equivoci e sberleffi, anche per non incorrere nella preannunciata censura imperiale.

Al Fantasio invece tutti i registi, pur provenienti dai quattro angoli d’Europa, neanche si fossero messi d’accordo, trattano il prologo come opera drammatica a sé stante, oppure come propedeutica a uno svolgimento dolente, tragico, e non farsesco come quello mozartiano. Questa scelta risulta quanto mai efficace, proprio all’interno del meccanismo del Festival: le cinque proposte infatti tutte tradiscono il testo originale (o forse ne reinterpretano i reali intendimenti) riproponendo la vicenda in cinque differenti versioni, ognuna delle quali è valida non solo di per sé, ma anche in quanto è sinergica con le altre, aggiunge cioè nuovi significati che diventano più pregnanti proprio nel confronto con le altre interpretazioni. Ad esempio, una delle compagnie audacemente presenta un cupo e dolente Figaro/Ratzinger, piegato dall’insopportabile ingiustizia che la società invece lo sollecita ad accettare, e a cui risponde con il gesto estremo delle dimissioni, da papa l’uno, da cittadino l’altro.

È il sovrapporsi, l’intersecarsi di queste interpretazioni, a rendere il Festival un momento prezioso, talora entusiasmante. E allora, come mai si chiude? Questione di soldi, l’ente pubblico non ci ha mai creduto: con un contributo di 6.000 euro non riesci a organizzare selezioni in mezza Europa, né attirare compagnie affermate. La cosa la si è vista nel parallelo Festival di regia video, in cui, sempre sulle “Nozze di Figaro” concorrevano con video di 5 minuti diversi giovani registi. Troppo giovani, troppo alle prime armi: la mancanza di premi significativi evidentemente ha operato una selezione al ribasso, con opere talora imbarazzanti. Non si fanno le nozze con i fichi secchi.

Eppure, grazie all’entusiasmo, prima di Gianni Corradini e di “Quei de Vilazan”, poi del figlio Mirko e di “Estroteatro”, per 15 anni si è riusciti a organizzare un bell’evento, dalle grandi potenzialità. La politica non le ha sapute capire e cogliere, peccato.