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QT n. 9, settembre 2013 Servizi

Omeopatia: rimedio di quale secolo?

Una medicina alternativa con molti seguaci ma senza prove scientifiche

Il medico tedesco Samuel Hahnemann, che pose le basi dell’omeopatia

L’omeopatia, avendo a che fare direttamente con la salute delle persone, crea da sempre un dibattito apertissimo. Si tratta della più diffusa tra le medicine non convenzionali: diversi dati dimostrano che un italiano su cinque utilizza questo tipo di pratica. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità però l’omeopatia non è una cura e non apporta alcun beneficio, tanto che negli Stati Uniti questi prodotti devono avere un’etichetta con la scritta “Questo prodotto non intende diagnosticare, trattare, curare o prevenire nessuna malattia”. Nonostante ciò, in alcuni stati viene riconosciuta come pratica medica. Nel nostro paese, per esempio, i farmaci omeopatici possono essere prescritti solamente da medici e le spese sanitarie per l’omeopatia sono deducibili dalla dichiarazione dei redditi.

Tutto nasce all’inizio del 1800 - e così è rimasto immutato fino ad oggi - dal medico tedesco Samuel Hahnemann, che costruì le basi dell’omeopatia con il principio “Similia similibus curantur” (i simili si curano con i simili). Ciò significa che per facilitare o stimolare l’auto-guarigione da una data malattia basterebbe somministrare, in dosi molto diluite, la sostanza che a dosi maggiori provoca gli stessi sintomi in soggetti sani. In questo modo si stimola una reazione immunitaria adeguata, che va a rinforzare le difese dell’organismo favorendo la guarigione o prevenendo la patologia.

Il principio è simile a quello utilizzato per i vaccini, se non fosse per la diluizione. Infatti Hahnemann sosteneva che più la sostanza è diluita più la cura è efficace: il prodotto viene preparato sciogliendo parte della sostanza di base in cento o dieci parti d’acqua, il tutto svolto con “dinamizzazione”, agitando cioè la soluzione durante le fasi di preparazione, in modo da conferire all’acqua, secondo gli omeopati, una parte delle caratteristiche della sostanza di partenza. Il processo viene ripetuto per decine di volte: il numero esatto è chiamato potenza e si trova nelle etichette di tutti i prodotti.

Si utilizzano soprattutto due tipi di potenze, quella centesimale (C), che unisce una parte di soluto a 100 di acqua, o decimale (D), che usa 10 parti d’acqua. Dunque, se leggiamo sul prodotto 12C (potenza molto comune) la sostanza originaria è stata diluita per dodici volte, ogni volta 1 a 100, ottenendo in totale di una parte di sostanza originaria su 1024.

Le obiezioni

L’azione dell’effetto placebo

Le principali critiche all’omeopatia nascono proprio da questo: le leggi della chimica provano che il prodotto finale è così diluito da non contenere più neppure una molecola della sostanza di partenza. Infatti il numero di molecole contenuto in una mole di sostanza è fissato dal numero di Avogadro, che è minore di 1024 molecole/mole. Quindi, mediante una diluizione 12C, si raggiungerebbero livelli di concentrazione che prevederebbero al massimo una sola molecola del farmaco nella soluzione e, a diluizioni ulteriori, la scomparsa completa di questa, lasciando il prodotto costituito esclusivamente di acqua e zucchero.

Queste riflessioni hanno creato anche dei precedenti legali. Il caso più noto riguarda l’oscillococcinum, l’antinfluenzale omeopatico più diffuso al mondo, prodotto dalla Boiron. Come per gli altri prodotti, la diluizione è troppo alta per contenere il principio attivo (ben 200C) ed essendo diluito in saccarosio e lattosio, questo farmaco risultava essere una comune caramella (caramelle vendute però ad oltre mille euro al chilo!). Date le inesistenti evidenze della capacità curative, recentemente la Boiron è stata costretta a rimborsare 12,5 milioni di dollari ai consumatori americani per pubblicità ingannevole. Il giudice infatti ha stabilito che vendere palline di zucchero per curare l’influenza è una truffa e ha imposto all’azienda di ritrattare le affermazioni indicando che l’efficacia dell’oscillococcinum non risulta certificata come farmaco dalla Food and Drugs Administration (l’agenzia del farmaco americana).

La strana “memoria dell’acqua”

Una delle risposte degli esperti alle accuse di inefficacia della pratica omeopatica è la teoria della memoria dell’acqua, secondo la quale, anche dopo numerose trasformazioni, l’acqua “si ricorda” della forma della molecola con cui è entrata in contatto e ne conserva l’effetto. Dunque una soluzione diluita conserverebbe l’informazione del principio attivo e gli stessi effetti terapeutici di una soluzione non diluita. A tale riguardo nel 1988 comparve un articolo di Jacques Benveniste, sulla prestigiosa rivista Nature, che annunciava alla comunità scientifica di aver confermato l’esistenza della memoria dell’acqua. Anche senza scendere in analisi più approfondite, ci si potrebbe chiedere come mai l’acqua ricordi solo gli effetti terapeutici della molecola e non quelli tossici.

Se questa teoria fosse fondata, infatti, visto l’inquinamento dei nostri mari e fiumi, l’acqua che esce dai nostri rubinetti dovrebbe intossicarci anche dopo aver attraversato i depuratori.

La rivista pubblicò l’articolo, ma con riserva. Inviò al laboratorio di Benveniste dei ricercatori davanti ai quali lo scienziato avrebbe dovuto replicare l’esperimento: si scoprì così non solo che la diluizione non aveva alcun effetto, ma che lo studio era in realtà una truffa e che l’attività di ricerca di Benveniste era finanziata da una nota industria di prodotti omeopatici.

Data la scarsità di evidenze scientifiche circa il meccanismo d’azione delle cure omeopatiche, viene spontaneo domandarsi come mai così tante persone ne facciano uso.

Ciò che giustifica questo comportamento, come sottolinea il docente di Patologia Generale all’Università degli Studi di Verona Paolo Bellavite, è la “tradizione empirica” di tale pratica. Nonostante non si sappia come agisca a livello biofisico-molecolare, l’omeopatia sembra “misteriosamente” funzionare. Molti attribuiscono questi risultati a quello che viene definito “effetto placebo”. Per placebo si intende una sostanza priva di qualsiasi principio biologicamente attivo che, nonostante ciò, provoca o dà l’impressione di provocare un miglioramento dovuto solo ad una suggestione psicoterapeutica. Per questo viene utilizzato nelle sperimentazioni cliniche come controllo, cioè per analizzare se l’effetto del farmaco testato sia reale o solo apparente.

Tuttavia risulta inesatto paragonare l’effetto placebo all’azione omeopatica. Infatti se il primo è supportato da solide prove scientifiche, la seconda ha come documentazione una serie di lavori controversi e contrastanti tra loro. Inoltre il placebo non può essere considerato una terapia, in quanto basa il suo effetto sulla non consapevolezza del paziente e, di conseguenza, sulla impossibilità di un consenso informato. E per questa ragione c’è chi considera l’omeopatia considerevolmente pericolosa per la salute pubblica, in quanto allontana i pazienti da trattamenti farmacologici di provata efficacia (3 casi di morte dal 2002).

Se si considera che l’omeopatia ha come scopo quello “di stimolare il potere endogeno di guarigione dell’organismo”, niente da obiettare; ma sono passati due secoli da quando Hahnemann “dinamizzava” i suoi preparati tenendo sotto la bibbia e ancora oggi le garanzie che devono offrire i farmaci omeopatici sono le stesse dei farmaci veri tranne una: la dimostrazione di efficacia.

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