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Chiesa e pedofilia

Un sacerdote è stato condannato, ma la curia bolzanina - alla Berlusconi - rifiuta la sentenza

don Giorgio Carli

Scrivo di sabato, 7 settembre, mentre digiuno contro la prossima guerra incombente: so che non serve a niente, ma in questo tempo, in cui le parole hanno perso il loro significato, qualcosa si deve pur fare. Se non altro il tempo della colazione e del pranzo lo si può usare per riflettere su quanto assurdo sia che mentre la stragrande maggioranza dell’umanità è ben consapevole che le guerre non risolvono i problemi, ma anzi ne creano di immensi, la stragrande maggioranza delle rappresentanze politiche, almeno per il tempo del loro mandato, siano impermeabili a qualsiasi ragionamento che spinga a offrire alternative ragionevoli, cioè diplomatiche e umane, per risolvere i conflitti. Ma le parole hanno perso senso, tant’è che oggi digiuna anche il ministro Mauro, cattolico combattente, grande appassionato di bombardieri F35, che vuole comprare in quantità, mentre il popolo governato dalle larghe intese digiuna perché non riesce a procurarsi il cibo e non per farsi appoggiare dalle gerarchie ecclesiastiche. Credo che se i costosi aerei da guerra fossero già pronti, sosterrebbe il loro uso, perché le spese non siano state inutili.

Quanta strada e accidentata ha davanti a sé il nuovo papa, per cambiare una chiesa che non finisce di sorprendere negativamente! Mentre il pontefice in pochi mesi ha sfidato la tendenza di preti e vescovi a mettersi sempre dalla parte dei potenti e dei prepotenti, mentre chiede con parole tratte dal Vangelo che si faccia trasparenza sulla pedofilia diffusa, ed è arrivato a convincere anche gli atei a digiunare contro la guerra, nel “principato vescovile” del Sudtirolo, un atto vile ha colpito la vittima di un prete pedofilo.

Verso la fine di agosto, - le pagine dei giornali locali piene delle feste e sagre che intrattengono i numerosi turisti, tanto più graditi in quanto inaspettati almeno in questa misura, e i residenti costretti a tornare prima per l’anticipato inizio delle scuole, - il parroco del nuovo quartiere di Firmian, Gigi Carfagnini, ha postato su facebook un violentissimo attacco alla vittima di un prete pedofilo. Addirittura ne ha messo il nome sul web, definendola debole di mente, e scagliandosi contro la sentenza (à la Berlusconi), che condanna la diocesi a rifondere i danni alla vittima e ai suoi genitori. Oltre che orrore, ha mietuto anche sostegno, da parte di diversi malintesi difensori della chiesa, che antepongono per principio la difesa del clero al diritto delle vittime di ottenere giustizia.

Don Giorgio Carli, cooperatore nella parrocchia Pio X di Bolzano, era stato processato con l’accusa di avere molestato una ragazzina dal 1989 al 1994. La vittima ne ha avuto pesanti conseguenze e solo dopo molti anni è riuscita a superare le sue ansie e a rivolgersi alla giustizia. Il suo carnefice è stato condannato in appello a 7 anni e 6 mesi di carcere. Stante i tempi incivilmente lunghi dei processi in Italia, la Cassazione nel2009 hadovuto prendere atto dell’avvenuta prescrizione, imponendo però all’accusato di rifondere, almeno nella parte quantificabile, i danni morali.

Ora il tribunale civile ha confermato il danno, e la parrocchia e la diocesi di Bolzano-Bressanone sono chiamate a pagare 500.00 euro alla giovane donna e 100.000 euro a ciascuno dei genitori. Diocesi e parrocchia sono stati ritenute responsabili secondo l’articolo 2049 del codice civile, dove si fa riferimento alla “responsabilità dei padroni e dei committenti”. I giudici scrivono che i sacerdoti “agiscono in esecuzione del mandato canonico loro affidato”: a don Carli era stato affidato il compito di istruire i bambini nel catechismo. La diocesi non ha mai riconosciuto la condanna, e considera ancora don Carli innocente, tanto che non ha fatto che spostarlo da Bolzano nella parrocchia italiana di Vipiteno.

I vertici della chiesa locale, hanno dichiarato che “don Carfagnini ha sbagliato” con le sue violente e reiterate invettive. Ma non riconoscono la sentenza esecutiva dello stato. E studiano con gli avvocati come fare ricorso. Il parroco di San Pio X si è lamentato di non avere i soldi per pagare la sanzione. “Dovremmo vendere l’oratorio”, ha dichiarato. Se si fa un giro nelle proprietà e se si contano i contributi pubblici alle attività della chiesa locale, oltre al mancato pagamento dell’IMU sulle proprietà ecclesiastiche, che anche di recente il governo italiano targato PD-PDL, pur di fronte agli immensi problemi di povertà del paese, ha confermato, è ben triste che il primo pensiero vada ai soldi e nessun pensiero vada alla sofferenza e alla vita distrutta di una giovane. La diffidenza verso le decisioni della giustizia, in questo caso oltretutto di una giudice nota per il suo equilibrio, non fa onore alla chiesa, che dovrebbe non solo predicare, ma anche rispettare il principio “dare a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio”. E ancora una volta di più colpisce il disinteresse verso una piaga diffusa, che viene incoraggiata dall’atteggiamento aggressivo o noncurante verso chi ha il coraggio di fare denuncia.

La presidente della commissione parità provinciale, avvocata Ulrike Oberhammer, ha dichiarato fra il resto: “Gravissimo aver messo su facebook il nome della vittima. Bene fa il suo difensore a presentare denuncia”. E l’associazione Gea, che gestisce il centro antiviolenza e la casa protetta per le donne che subiscono violenze, casa ultimamente sempre strapiena, ha ribadito lo sconforto per le dichiarazioni del parroco: “La sentenza, ormai passata in giudicato, è schiacciante: impossibile credere che sia tutto un’invenzione. L’esperienza quotidiana, raccogliendo ogni giorno la denuncia di chi è vittima di violenze, ci dice che il pedofilo così come il violentatore non ha un identikit e proprio per questo è spesso la persona che meno ti aspetti. Chi ha il coraggio di denunciare fa una cosa grande, perché si sottopone a un iter lunghissimo che prevede anche perizie psichiatriche”.

Sulla necessità che la chiesa cambi atteggiamento, introducendo una democratizzazione e ritornando al Vangelo, si impegna da tempo un gruppo locale vicino al movimento, assai vivace in Germania e in Austria, Wir sind Kirche, Noi siamo la chiesa. Un movimento che ha avuto vita dura nel periodo del pontificato di Ratzinger. La diocesi dal canto suo ha insediato nel 2010un «responsabile per le molestie», a cui si può telefonare o scrivere. E di recente la curia ha istituito la pastorale per la prevenzione di abusi sessuali nella chiesa. Ma rimane l’ambiguità verso il dovere di denuncia dei preti pedofili alla giustizia e l’incertezza che sfiora l’ambiguità nello schierarsi dalla parte delle vittime.

Infine, a proposito del parroco del quartiere Firmian, penso sia corretto definirlo “inadeguato al suo ruolo”. In quel quartiere nato con problemi derivanti anche dalla speculazione edilizia, abitano, alquanto accatastate, centinaia di famiglie, molte delle quali di religione islamica o cristiana ortodossa. La Provincia e il Comune hanno voluto costruirci una chiesa di grandi dimensioni. Forse era meglio risparmiare sulle mura e lavorare perché fosse incaricato un pastore capace di rispettare tutti e tutte, e soprattutto le donne, che nella catena sono troppo spesso le vittime delle vittime.