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La precaria e l’assessora

Erica Schmidt

Questa mattina, davanti al Palazzo dell’Istruzione di Trento, ho avuto l’onore di incontrare sulle scale l’assessore Marta Dalmaso. Non è stato un incontro programmato, è stato un incontro casuale e forse per questo più carico di emozioni. Avrei voluto spiegare la motivazioni che mi portavano ad essere lì vestita da fantasma, avrei voluto dirle della mia solita ansia di settembre che arriva ormai da 7 anni, come la peggiore delle influenze autunnali, avrei voluto spiegare che lavoro per la scuola e quindi per la Provincia da 7 anni. Ma lei era di fretta e ci ha congedato velocemente, rispondendo alle domande nostre e dei sindacalisti in modo poco esaustivo. Immagino i gravosi compiti che l’aspettavano in questa mattina di convocazioni e dal suo punto di vista io non sono nessuno. Un fantasma per l’appunto! Allora sono tornata a casa, a dir la verità abbastanza sconsolata, perché di questa storia dei PAS e delle graduatorie sono veramente esausta. Non si sa mai nulla di certo e concreto né sui costi, né sulla data di inizio e di fine. Nessuno sa dire se questo corso servirà a qualcosa. L’unica certezza è lo spostamento dalla terza alla seconda fascia di Istituto. Una conquista, mi dicono!

È vero che la vita dei precari è contrassegnata dal non sapere mai nulla e dal non avere certezza del domani, ma non è una condizione alla quale ci si abitua facilmente. Non poter progettare la nascita di un figlio, la ristrutturazione di una casa, la convivenza o anche solo l’acquisto di una cosa che richieda più soldi del previsto è frustrante. Eppure il mio lavoro lo amo ed è per questo che scrivo queste cose e che ho cercato di trasmettere la sensazione che si prova ad essere un fantasma, un numero di telefono a cui mandare un sms!

Sono tornata però a casa anche a testa alta, pensando a tutte le volte che mi sono fermata a parlare con i genitori che mi chiedevano preoccupati dei loro figli. Io non li ho mai congedati frettolosamente e nemmeno ho delegato i loro problemi alla Dirigente. Non mi sono nascosta dietro le mie colleghe e non ho usato giustificazioni. Mi sono fermata ad ascoltare e a cercare una soluzione.

Sì, devo dire che questa è stata una mattina produttiva. Ho capito che non importa che carica ricopri all’interno della società, importa piuttosto come fai il tuo lavoro.

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