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Scuola di frontiera

L’avrei capito da grande che, per il mio microcosmo infantile, frequentare la scuola elementare era come attraversare tanti confini senza salire in treno. Frontiere sociali e culturali invisibili che mescolavano i figli della Bolghera, zona borghese, a quelli del rione popolare di San Bartolomeo, con l’aggiunta dei più sventurati di tutti: i fanciulli del Villaggio SOS. Era un’organizzazione arrivata da poco in Italia, a Trento fra le prime città, destando molta curiosità e un pizzico di ottimismo. Nel 1963 dai discorsi degli adulti s’intuiva infatti molta preoccupazione per il futuro del mondo. In giugno era morto Giovanni XXIII, il Papa buono, amatissimo da noi bambini. C’erano poi state la tragedia del Vajont e l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy.

La maestra ci aveva spiegato che ogni bambino, per crescere serenamente, aveva bisogno di una solida rete familiare. I Villaggi SOS avevano proprio lo scopo di dare una famiglia a quelli a rischio di perderla o rimasti orfani di un genitore. Erano perciò inseriti nella scuola elementare più vicina, in varie classi a seconda dell’età. Alcuni si fermavano pochi mesi, altri qualche anno. Vivevano nel parco di Gocciadoro, sparsi in una decina di casette, con una “mamma” per ogni nucleo formato da sette-otto bambini, a volte veramente fratelli tra loro.

Nunzia veniva dalla Campania, aveva la nostra età e il cognome che era una città del sud. Un’intera famiglia la sua che era rimasta senza mamma, costringendo il padre a lasciare i sette figli al Villaggio SOS, che cercava di non dividere i fratelli. Tutti i genitori ce li porgevano ad esempio. Non serviva citare i bambini che morivano di fame in un’Africa lontanissima. Avevamo loro: senza mamma, costretti a cambiare casa, scuola e regione. Chissà quante domande ingenuamente cattive saranno state fatte loro! Infatti, Nunzia forse per reazione, non le raccontava sempre uguali. Un giorno la mamma era morta e un altro era in ospedale. Così come le televisioni, che in casa possedevano in abbondanza secondo i giorni. Sarà che a casa mia ancora non l’avevamo e allora mamma diceva di non crederle, che nessuna televisione potesse sostituire l’amore di una madre.

Ho il ricordo vivissimo di un’abbondante nevicata pomeridiana che rese impraticabile la strada per il ritorno al Villaggio: il solito furgoncino azzurro non c’era ad aspettare Nunzia, che s’incamminò da sola. Ma noi - due eroiche ‘Nadia’, stesso nome, classe (non sociale), strada di casa - decidemmo di accompagnarla perché si era già fatto scuro e non volevamo lasciarla andare sola. Gli alberi carichi di neve erano come dita che si arrampicavano in cielo e ricadevano liberate dal peso. La neve scendeva fitta con fiocchi grandissimi, non c’erano solchi di pneumatici da seguire e sprofondavamo ad ogni passo rendendo la nostra salita sempre più faticosa e lunghissima. Speravamo nel furgone del Villaggio che scendesse, ma la neve era talmente alta che sicuramente non era potuto partire.

Nel gran silenzio solo le nostre voci infantili a raccontare storie sulla neve che Nunzia aveva visto quell’anno con un po’ di timore per la prima volta. Sua nonna diceva, infatti, che i fiocchi di neve erano le anime del Paradiso che ritornavano sulla terra per fare delle brevi visite e si doveva pregare fino a quando si scioglievano. Raccontò ancora un’altra storia dolorosa ma inverosimile della mamma, forse perché i bambini non hanno bisogno dei ricordi, imparano dimenticando. In qualche modo arrivammo al Villaggio e, salutata Nunzia, impiegammo un tempo lunghissimo per tornare a casa, bagnate come pulcini. La nostra assenza aveva preoccupato moltissimo le nostre famiglie e l’intenzione di diventare piccole eroine si squagliò come neve, con le sgridate delle nostre mamme, concrete e onnipresenti come sempre.