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Oriente Occidente 2013

Fra luci ed ombre

Si è da poco conclusa Oriente Occidente e il traguardo dei 33 anni è un momento che si carica di valenze simboliche, imponendo un momento di riflessione. Nulla è accaduto di così sconvolgente rispetto alle passate edizioni: sempre più date e sempre più iniziative di contorno (esibizioni in piazza, proiezioni cinematografiche, conferenze), con un’unica ma purtroppo evidente nota dolente: molto meno pubblico agli spettacoli serali. A ben guardare la tendenza era già cominciata negli anni passati, ma mai come stavolta la presenza di parecchie poltrone e palchi vuoti si è fatta sentire, gettando ombre sulla buona riuscita di un festival che si proponeva di riflettere sullo stato della danza in Europa, partendo dall’estremo Nord per giungere fino alle sponde del Mediterraneo. Nazioni e culture profondamente diverse strette tra i confini di un “vecchio” continente, la cui tenuta scricchiola sotto i venti di crisi che spirano dalla sua periferia.

“Kireru”

Specchio fedele della difficile situazione europea, l’arte coreutica si muove tra i poli opposti del conservatorismo e dell’innovazione, raggiungendo le sue massime punte espressive nei paesi più provati dalla crisi, in primis la Grecia, culla della civiltà occidentale dalle cui macerie si alza un grido di dolore e devastazione, quello che nel primo atto dello spettacolo Kireru (intitolato simbolicamente Rapimento dell’Europa) atterrisce letteralmente gli spettatori, risollevati poi dalle sardoniche allusioni a un’Unione europea che, nonostante il recente Nobel per la pace, tende a isolare senza pietà la propria “madre”. Di madri disperate si è occupata anche la coreografa Biruté Letukaité, che con Medeas ha messo in scena una tragedia, quella dell’elevato numero di aborti e infanticidi, che sconvolge la società lituana. Danza come denuncia, ma allo stesso tempo anche come conservazione di uno status quo che, tradotto in termini coreografici, raggiunge punte di altissima qualità tecnica ed estetica negli spettacoli delle compagnie dell’estremo Nord (Finlandia, Svezia e Norvegia), affascinanti per il loro rigore formale, ma a tratti un po’ monotoni e algidi nella ripetizione di stilemi consolidati (sono ormai passati cent’anni dalla prima de La sagra della primavera, come ci ricorda l’assolo del coreografo finnico Tero Saarinen, ed anche la danza contemporanea ha bisogno di nuova linfa per non diventare a sua volta troppo “classica”). Proprio dalla Russia è giunta infine una ventata di ironia e dissacrazione, con lo spettacolo di chiusura del moscovita Kinetic Theatre (preceduto sulla stessa lunghezza d’onda dalla conterranea compagnia Provincial Dances Theatre e dalla ceca 420people): un invito a non prendersi troppo sul serio che si può estendere per traslato allo stesso festival, nella speranza che ritorni almeno in parte allo spirito delle origini, in grado di avvicinare la cittadinanza alla danza, riducendo magari le date ma riportando gli spettacoli a Rovereto (non solo a teatro, ma anche nelle piazze) e proponendo prezzi e abbonamenti più popolari. Il rischio, in tempo di crisi, è quello della disaffezione del pubblico che, come continua a dimostrare negli eventi gratuiti, non smette comunque di cercare nella danza una risorsa di unione per la comunità. Speriamo davvero che il numero 34 (che campeggiava quasi profeticamente sulla scena dello spettacolo greco) sia di buon auspicio per la prossima edizione.