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Raccontare la guerra per costruire la pace

La vita appassionata di Raffaele Crocco, giornalista di Rai 3, ma soprattutto testimone dei disastri provocati dai conflitti

Raffaele Crocco

Chi l’avrebbe mai detto che Raffaele Crocco fosse un combattente dell’informazione? Quando entra nelle nostre case con il TG3 della Rai regionale, di lui ci facciamo un’idea, quella che ci rimanda il piccolo schermo: un professionista, scrupoloso e capace, ma il suo vissuto, il suo passato da inviato free lance nei più cruenti teatri di guerra del mondo, ci sfugge. Lo scopriamo per caso, una presentazione qua, un incontro là, senza troppo clamore.

Se poi gli chiediamo di raccontarsi, l’approccio è ancora più inusuale: nessuna emozione, nessun coinvolgimento, la conversazione è assolutamente normale, discorsiva, come se stessimo parlando del più e del meno. Eppure le sue non sono esperienze comuni: la passione per la testimonianza dei conflitti in America Latina, dopo gli anni nel sindacato, il lavoro con le brigate internazionali, l’inviato free lance dal 1988, per Trieste Oggi, il Corriere della Sera, il Gazzettino, il Manifesto. Ma per un inviato di guerra abituato a descrivere atrocità, raccontarsi è improbabile.

“Non so che cosa potrebbe interessarti della mia vita, non ho badato molto alla carriera, mi premeva essere presente ovunque ci fosse bisogno di dare una mano. Non ho costruito nulla di materiale, non ho uno status, non ho nemmeno l’automobile, sono proprietario solo della mia vespa, ma quando ho un progetto in mente non mi ferma nessuno, metto in gioco tutto, sempre, rischiando non solo la vita. Ma è la mia vita, ho scelto che fosse così, in Rai sono entrato solo nel 2007”.

Oggi però Raffaele è un uomo felice, questo sì, questo filtra prepotentemente quando descrive il suo progetto, l’”Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo”, di cui è direttore responsabile. Un annuario aggiornato su tutti i conflitti del pianeta, arrivato alla quarta edizione.

Il supporto dell’Alto Commissario per i Rifugiati, la collaborazione con Amnesty International e l’ONU, il Comitato Nazionale per l’Unesco e partner come il Premio giornalistico Ilaria Alpi, le collaborazioni con Arci, Tavola della Pace, Unimondo, Asal ed il contributo di numerose regioni italiane, non arrivano certo perché sei moro con i baffi e il pizzetto, o perché lavori nella sede Rai di una provincia di montagna.

Raffaele in mezzo alle rivoluzioni, sotto i bombardamenti, in mezzo alle guerriglie di qualsiasi tipo, ci ha passato la vita, a volte da solo, quasi sempre con la moglie Beatrice, con la quale condivide questa impellenza di prendere e partire, documentare e raccontare.

Quindi anche la scelta di non avere figli è condizionata da questo tuo ficcare ogni volta la tua vita in una valigia e partire?

“Mettere al mondo un figlio è un’enorme responsabilità, una scelta molto seria, che a mio avviso devi fare solo se sei pienamente consapevole di cosa stai facendo”.

In effetti è un po’ difficile fare un figlio se nel 1994 stai seguendo la rivoluzione Japatista, e subito dopo racconterai la guerra civile in Guatemala, le tensioni in Equador e nel ‘95 e ‘96 sarai in Bolivia a partecipare agli scavi per ritrovare il corpo di Che Guevara. Nel 2000, poi, Raffaele è nei territori occupati in Cisgiordania, dove fa il fotoreporter e riesce anche a realizzare un film “La casa di Imad”, che racconta l’occupazione vista con gli occhi di un cristiano palestinese. E poi Slovenia, Croazia, Kosovo.

“A casa, a Verona, lasciavo mia madre e mio padre, che hanno sempre un po’ subito le mie scelte: i genitori vorrebbero vederti al sicuro, con una vita tranquilla, che non era certo la mia. Forse non li ho mai resi felici. Non ho radici, ne punti di riferimento e questo chi ti vuol bene non lo accetta.”

Hai temuto per la tua vita qualche volta?

“No, non ho mai pensato che non ce l’avrei fatta. Certo, negli anni ‘90 si rischiava di meno: allora le diplomazie degli Stati si muovevano mettendo sotto scacco i governi se si azzardavano a catturare i giornalisti. Oggi il rapporto è cambiato, se non dichiari di appartenere ad una fazione in lotta rischi grosso”.

L’episodio più rischioso che ti ha coinvolto?

“In Serbia: siamo stati trattenuti in tre dalle milizie serbe, che ci ritenevano delle spie perché il giorno prima avevamo parlato col presidente macedone. Ma alla fine si sono limitati a sequestrarci il materiale e ci hanno rilasciati”.

Come ti definisci: un pacifista a oltranza?

“Non mi permetterei mai di definirmi un pacifista: ho vissuto da rivoluzionario di sinistra, da laico integralista; ero nel Movimento Studentesco, ma ho fatto perfino il militare. Un pacifista è uno che si fa mettere in prigione per non farlo. Il mio impegno politico contro la guerra non mi permette di essere un pacifista. Sono un giornalista, e a mio avviso la guerra si combatte raccontandola con onestà, facendo capire cosa significa dover scegliere tra morire per un colpo in fronte, o morire di dissenteria. La cosa devastante per chi racconta la guerra non è il rischio della propria vita - a quello non pensi, non hai il tempo - ma dover raccontare le violenze perpetrate a chi la subisce. Questo sì, questo posso dire che ti cambia radicalmente i parametri dell’esistenza”.

Quando è nata l’idea dell’Atlante?

“Nel 2003, quando ero a Milano a lavorare con Gino Strada per Peace Reporter, un quotidiano on line. Il progetto vero e proprio è partito nel 2008 e oggi siamo 48 collaboratori, tutti volontari: riceviamo il materiale da grandi organizzazioni internazionali e questo è un traguardo che consideriamo importante”.

Quante copie vendete?

“4300 ogni anno”.

Come fate a sostenervi? Il volume ha una grafica e un’impaginazione che sicuramente comporta costi non indifferenti.

“Raccogliamo fondi dagli enti pubblici, che ci aiutano con la diffusione nelle scuole, in questo momento stiamo lavorando bene con la regione Toscana, la Provincia di Pesaro/Urbino e quella di Siena. Abbiamo anche lavorato con la Provincia di Trento, dove però non riusciamo a creare il collegamento con il comparto scuola. Teniamo anche dei corsi, e allestiamo mostre fotografiche, insomma cerchiamo di creare eventi collaterali che supportino la vendita del libro, ma che siano anche occasioni informative, di approfondimento e di interazioni”.

Fare il caposervizio della cronaca in Rai non è un lavoro che lascia molto tempo libero, come ti organizzi?

“Lavoro quando sono libero, uso tutti i miei 50 giorni di ferie e riposi”.

Un impegno non da poco, ma avendolo tra le mani, si comprende che ne vale la pena: l’Atlante è un’opera che mancava, sia dal punto di vista informativo, che didattico e documentale. Una tale miniera di informazioni aggiornate e reportage di giornalisti ed organizzazioni non governative rappresenta uno strumento di lavoro e di approfondimento per diverse categorie di operatori, ma soprattutto per chi, come noi, delle guerre sparse per il pianeta ha solo sentito parlare.

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