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La meglio gioventù è donna. Come mai?

A commento del nostro sondaggio sui giovani trentini, un’intervista al prof. Carlo Buzzi. Il prevalere delle ragazze, la femminilizzazione di famiglia e istruzione, la nuova cultura dei giovani.

Il sondaggio che abbiamo presentato nei numeri scorsi, sui valori e i consumi culturali dei giovani trentini, realizzato grazie alle risposte di 500 studenti in 14 scuole di tutta la provincia, è stato realizzato da QT grazie alla collaborazione e supervisione del prof. Carlo Buzzi, docente di Sociologia e Ricerca sociale all’Università di Trento. E questa feconda collaborazione (esempio delle mitizzate “ricadute sul territorio” che si spera non debbano essere meramente economiche) si ricollega a quella che trent’anni fa, con il compianto prof. Renato Porro, aveva permesso di realizzare un sondaggio del tutto analogo. E l’incrocio dei due lavori ci permette oggi di vedere anche quale è stata l’evoluzione culturale dei giovani trentini, dai padri ai figli.

Carlo Buzzi

Ne parliamo proprio con il prof. Buzzi.

“I dati che avete ricavato illustrano grandi, profondi fenomeni, legati a un paese indubbiamente in cambiamento. È il paese che è cambiato, cosa che non poteva non riflettersi sui giovani, e questo è il primo aspetto, che direi strutturale. Poi la cultura giovanile ha realizzato dei propri cambiamenti, e questo è il secondo aspetto, che direi culturale”.

Ci può esemplificare? Quali sono a suo avviso i cambiamenti strutturali?

“Il più evidente è il riscatto femminile, l’onda per cui l’emancipazione femminile ha portato le donne prima a raggiungere i maschi, poi a superarli, come istruzione e come cultura. Come appunto avete titolato voi, ‘La rivincita delle ragazze’: a scuola, dalla prevalenza maschile che aveva registrato anche il vostro sondaggio dell’84, si è passati, secondo molteplici studi, alla parità all’inizio degli anni ‘90, e poi al superamento delle femmine rispetto ai maschi”.

Perché? Perché le donne devono dimostrare di essere più preparate, più brave, consce di essere altrimenti discriminate sul posto di lavoro?

“Senz’altro scatta questo meccanismo, ma non solo. Il fatto è che la donna oggi ha un orientamento più attivo nei processi formativi, e quindi acquisisce di più il senso dell’importanza dell’istruzione...”.

Il punto è questo: perché le ragazze studiano meglio e di più?

“Perché la ragazza si trova più in linea con un mondo della formazione che è prevalentemente femminile. Iniziando dai primi anni: i modelli socializzativi oggi sono soprattutto femminili, in famiglia il ruolo del padre, con la perdita dei compiti autoritari, è più evanescente. Oggi la madre non minaccia più il figlio discolo con l’avvertimento ‘Lo dico al papà’; il padre questo ruolo di repressore non l’ha più; un ruolo che non era confinato all’atto di togliersi la cinghia dai pantaloni per impartire una dura punizione, ma implicava l’educazione al rapporto del bambino, del giovane, con la società, con i conseguenti diritti e doveri. Era il padre che gestiva la socializzazione dei figli al di fuori della famiglia”.

Se posso riferirmi al mio vissuto, ricordo mio padre che diceva a un suo amico in mia presenza, perché sentissi: “Con i figli è mio compito alzare le mani: e così divento lo spauracchio, quello di cui si deve avere paura; io lo faccio lo stesso, ma non ne sono contento”. Poi certi temi, come l’onestà, il dovere di cittadino, passavano solo attraverso di lui; e della sua figura ho uno splendido ricordo. Lei ci dice che i padri hanno perduto questo ruolo, che non gli è più esclusivo; e allora, che fa il padre di oggi?

“Non gli è restato che imitare, nel ruolo affettivo, la madre. Oggi il padre è soprattutto un amico, molto spesso è lui che, ancor più della madre, gioca con i figli. Il che ovviamente non è negativo; ma il ruolo maschile non c’è più, in cosa si differenzi il papà dalla mamma è un mistero, ci sono due mamme”.

Questo in famiglia. E fuori?

“Nella scuola poi si entra in un mondo anche numericamente ad assoluta prevalenza femminile: a insegnare, dalla scuola dell’infanzia fino alle superiori, sono le donne; è un mondo con cui una ragazza si trova più in linea. Insomma, se sommiamo un mondo della formazione prevalentemente femminile, la maggior centralità della madre, il padre che ha difficoltà a fungere da collegamento con principi e valori della società, vediamo come il giovane è fino ai vent’anni in gran parte socializzato da figure femminili e non ha più figure maschili con cui identificarsi”.

Se noi proiettiamo questa situazione nel futuro, cosa possiamo aspettarci?

“Conseguenze molto rilevanti. Già oggi le donne a scuola e all’università hanno voti più alti, si diplomano e laureano in numero maggiore, e questo porterà a famiglie in cui la madre sarà dominante anche dal punto di vista culturale e strutturale. Agli uomini è rimasto il ridotto, l’ultima barriera: quella delle discriminazioni nei posti di potere e nel mondo del lavoro.Il sondaggio di cui parliamo registra questa situazione, illustra questo che è un cambiamento epocale: le donne che acquisiscono un’autostima mai avuta in passato”.

Più del reddito conta la cultura

Lei parlava di un altro aspetto, più culturale, emerso dal sondaggio.

Sì, le differenziazioni interne alla cultura giovanile. Rispetto a trent’anni fa le differenze tra territori, classi sociali, scuole, si sono molto ridotte. I giovani d’oggi, come abbigliamento e modi di esprimersi, sono molto più simili: la musica che sente un giovane, è più o meno uguale in tutto il mondo”.

Una maggiore omologazione...

“Certo. Ma attenzione, ci sono nuove differenziazioni che sono prettamente culturali, non percepite dall’adulto. Per l’adulto il giovane che va al pub o che va in discoteca sono uguali, ma non è vero. Oggi il fattore più importante nel determinare cultura e comportamenti è il cosiddetto gruppo dei pari, l’insieme cioè degli altri giovani che vengono frequentati: è lì che si plasmano i veri modelli di riferimento”.

Lei vuol dire che non conta tanto la classe sociale dei genitori, ma il giro di amici?

“Sì, e questo spiega perché le differenze culturali registrate nel sondaggio siano diminuite rispetto al 1984. Oggi le aggregazioni in gruppi di pari non avvengono a priori in base a differenziazioni di classe sociale, ma a differenziazioni culturali, che sono peraltro influenzate dalle classe sociale, ma questa di conseguenza ha influenza mediata e quindi minore”.

Cioè ci si aggrega in base non tanto al censo, ma agli interessi. Non c’è il club dei ricchi, ma di quelli che amano la montagna, o il ballo latino, o la poesia.

“Pensi a un dato: un tempo i genitori si informavano sulla famiglia degli amici del figlio e incoraggiavano o scoraggiavano le amicizie in base alla classe sociale. Oggi la domanda ‘Cosa fa il papà di Giovanni?’ non viene più posta”.

La classe sociale cioè rimane importante per la cultura che si assorbe in famiglia, per la scuola cui ci si iscrive, però non è più così decisiva...

“In diverse sfere ha perso la sua esclusività. La classe sociale è rimasta decisiva solo in un campo: nelle reti di conoscenze, importantissime per ottenere il posto di lavoro. E questo peraltro è l’unico ruolo rimasto al padre, soprattutto se borghese. Ma anche qui si preannuncia un ulteriore cambiamento, con il crescere dell’importanza di Internet: i social network annullano l’importanza delle reti di conoscenze, e quindi riducono quella delle classi sociali”.

Dopo 20 anni di Berlusconi...

Veniamo ai valori di questi giovani. Che influenza ha avuto la cultura berlusconiana? Non sembrerebbe molto rilevante, dai dati del sondaggio.

“Bisogna porre attenzione, i valori possono cambiare nel significato. Ad esempio, la libertà: è sempre un valore importante, da una recente ricerca Iard aveva ulteriormente guadagnato punti. Però di che libertà si tratta? Vent’anni prima era una libertà a supporto della democrazia e dell’uguaglianza sociale, oggi è un valore più individuale, la mia libertà, non subire interferenze, ad esempio il giovane cattolico convinto che nella sessualità i dettami della Chiesa non debbano interferire. Insomma una libertà non di poter andare contro le leggi, ma di non venir coartati nelle possibilità dell’individuo.

E peraltro le ricerche Iard segnalano una diminuzione costante dei valori collettivi, come la solidarietà e l’uguaglianza, a favore di quelli più individualisti e della socialità ristretta, come amicizia, amore, famiglia. Questo trend non appare nel nostro sondaggio perché il Trentino, come diverse altre ricerche confermano, è (ancora?) diverso: valori come la solidarietà sono ancora significativi”.

Non c’è comunque una vittoria dell’individualismo berlusconiano.

“L’influenza c’è stata, e nefasta, però le nuove generazioni, non foss’ altro che per una diversa fruizione dei media e la minor rilevanza della tv, ne sono rimaste meno influenzate. Quella cultura è passata soprattutto attraverso altri aggregati, in particolare fra le persone meno istruite”.

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