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Ribelle

Più che ribelle ero molto arrabbiata e la cosa emergeva prepotentemente quando riconoscevo la disapprovazione, il rimprovero. Che avessi ragione o meno non era fondamentale, partivo comunque in quarta. Come avessi preso una lunghissima rincorsa, esplodeva una gran rabbia inespressa e covata sotto le ceneri chissà da quando. Altre volte sbalordivo, oltre agli altri, anche me stessa per la violenta reazione quasi a freddo. Quel risentimento arrivava dagli scontri nella mia adolescenza soffocata dalla severità famigliare, che m’impediva di uscire con e come i miei coetanei; di sperimentare la vita, sicuramente di fare errori e di affrontarli gradualmente, prima di arrivare a quelli irreparabili. Dopo discussioni continue e rabbiose sfuriate, fisicamente rimanevo in casa, ma progettavo romantiche fughe con sogni che degradavano il reale, evasioni dal carcere degne del Conte di Montecristo.

Del resto erano i libri che mi avevano formato e allevato, crescendomi come fossero la mia famiglia, ma molto distanti da quella vera. Non ho poi saputo calarmi nella realtà, e la selvaggia che avevo dentro, scontrosa e impetuosa, emergeva ad ogni piccola contrarietà. Quegli anni adolescenziali furono troppo importanti per la mia formazione e quella rabbia accumulata derivava sicuramente dalla sofferenza dei miei bisogni e desideri di ragazzina calpestati.

Nell’ambiente di lavoro (ometto “in Provincia” per rispetto ai disoccupati e perché svia il discorso) si accorsero di queste esplosioni. Mi sentivo un leone in gabbia: perché stupirsi se mordevo e scuotevo le sbarre? Certamente ero una disadattata, se mai fosse possibile usare una tale definizione per una persona adulta nel suo ambito lavorativo. Tutte quelle ore costretta in ufficio erano una tortura, complicata più avanti da problemi di salute che sarebbero stati riconosciuti molto in ritardo. Ahimè... le malattie sono politically correct e qui non potei neanche ribellarmi.

Le probabilità di andare d’accordo otto ore al giorno con la collega della scrivania di fronte erano pari a quelle di fare un terno al lotto. Negli oltre trent’anni di lavoro ricordo di aver avuto molte colleghe, ma solo con un paio si creò un bel rapporto. Per lo più le occupazioni erano diverse e nemmeno la mole di lavoro era equa. C’è da dire che l’amministrazione stessa si distingueva per le disparità tra personale tecnico e amministrativo, le discriminazioni di genere, la differenza tra gli yes-man e i non allineati. I primi avevano molta libertà d’orario, mentre i secondi erano super controllati, sia dall’orologio che dai superiori. Passata la novità di un nuovo ufficio, la curiosità, la voglia di conoscere altre persone, scoprivo che l’ingranaggio era obsoleto e che oliarlo era un’impresa titanica. E poi accumulavo esperienze negative; quindi non sopportavo più i capi in quanto tali, i colleghi se ruffiani e opportunisti e le colleghe che parlavano solo di vestiti, matrimonio o bambini, a seconda dell’età.

Apparentemente c’era armonia fra gli altri e i corridoi risuonavano di risate goliardiche, ma presto si scopriva che scaturivano da prese in giro del tale o tal altro. Invecchiando diventavo rigida e poco disponibile al confronto, dando per scontato che capirmi fosse impossibile, e così chiudevo la porta di comunicazione con il resto del mondo. Taglia di qua, taglia di là, ho passato gli ultimi dieci anni di lavoro barricata nel mio ufficio. Finalmente singolo, con le mie amate piante e i miei poster, limitandomi a pochissimi contatti con gli altri. Sicuramente dopo il mio pensionamento nessuno mi ha rimpianto, sicuramente non ho provato rimpianti. Confesso che era quello che volevo, perché ho imparato che attaccarsi a qualcuno o qualcosa è spesso fonte di molta sofferenza. E se una è ribelle da sempre, per partito preso evita di affezionarsi a qualcuno, o se lo fa, lo dissimula bene.