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La biblioteca del diavolo

Molto meglio il romanzo

Il lavoro, andato in scena il 26 settembre presso il Teatro di Pergine, si ispira al romanzo del 1894 “Concilio d’amore” di Oskar Panizza, un testo satirico che costò all’autore un anno di carcere.

Il romanzo è ambientato in un Paradiso molto terreno, caricatura delle somme cariche celesti incapaci di arginare l’indifferenza umana verso la religione; in un Papato, quello dei Borgia, dedito alla lussuria più sfrenata, e in un Inferno rappresentato da un diavolo a sua volta chiamato dai suoi “superiori” a risolvere questa intollerabile situazione mediante la creazione di un filtro velenoso (la sifilide), trasmesso da una donna peccatrice (Salomè), in grado di portare gli uomini sulla retta via.

David Riondino

Per la realizzazione dello spettacolo è stata utilizzata la parte finale del “Concilio”, che ha ispirato a Giuseppe Calliari la scelta di una successione antologica di brani: da Maupassant (“Idillio”), Schwob (i personaggi della Merlettaia e della Perversa), Cvetaeva (il Casanova di “Phoenix”), Wilde (“Salomè”), fino a Pessoa (“Il libro dell’Inquietudine”). Ebbene, nulla di tutto ciò è andato in scena.

Abbiamo invece visto un narratore, David Riondino, eclettico jazzista della narrazione, dotato di capacità interpretative e d’improvvisazione notevoli, ingabbiato all’interno di una raffazzonata raccolta di letture.

Deprivato di ogni capacità reattiva, Riondino ci è parso incastrato fra un testo complesso e straordinario e la paradossale inconsistenza dei testi stessi, a loro volta svenduti e sminuiti dall’assenza di una regia e di una trama narrativa. Una regia assente che ha azzerato le capacità narrative e vocali di Riondino e che ha svuotato di tutta la loro forza i testi proposti. Regia incomprensibile, a tratti pateticamente presente in azioni sceniche scolastiche, come l’inutile parrucca punk vistosamente rossa che la bravissima pianista Isabella Turso ha dovuto indossare per qualche secondo a didascalia fumettistica della descrizione di una bella donna dai capelli rossi, o le incomprensibili “suggestioni” visive.

Solo dopo una buona mezz’ora di spettacolo abbiamo infatti compreso che la proiezione sconclusionata, confusa, priva di senso a cui stavamo assistendo non era il prodotto di una affannosa ricerca del proiezionista di una mascherina adatta alla pellicola, ma una proposta vera e propria.

Spettacolo inutile, con i protagonisti Riondino, Turso e Bertagnin totalmente abbandonati a se stessi; privo di una costruzione narrativa. Testi di alto valore storico e letterario totalmente svuotati della loro forza eversiva ed innovativa.

Consigliamo con entusiasmo la lettura del romanzo.

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