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Terramara

Una storia senza tempo

Di tempo ne è passato dall’anno della prima rappresentazione dello spettacolo d’esordio del duo Abbondanza/Bertoni, quel lontano 1991 che segna anche il costituirsi in compagnia di un intimo sodalizio d’arte e vita cominciato qualche tempo prima sotto l’egida della “maestra” Carolyn Carlson. “Terramara” si presenta però fin dai primi istanti come una storia d’amore senza tempo e senza spazio, in cui sfilano in nuce gran parte dei paradigmi distintivi - e talvolta apparentemente contraddittori - che troveranno piena maturazione solo nei lavori successivi della compagnia: rigore formale/ leggerezza, lirismo/ ironia, consequenzialità/ spaesamento, silenzio/ rumore.

Di quella lontana prima apparizione pubblica rimangono anche nel riallestimento presentato a Trento la freschezza e l’incoscienza delle origini, nonché la potenza di una storia apparentemente molto “connotata” ma allo stesso tempo universale, capace di espandersi e ripetersi all’infinito in una dimensione di assoluta atemporalità: una casa, un uomo, una donna, i loro giochi spensierati, il loro duro lavoro. Trait-d’union tra un quadro e l’altro di quest’idillio domestico a tinte neutre, l’irrompere in scena della natura, con tutta la forza, il colore e il profumo delle centinaia d’arance riversate a più riprese sul palco dalle gerle trasportate dai due giovani interpreti. “Ricordo da piccolo, quando mio padre mi offriva certe arance arrivate dal sud e con orgoglio ostentava il fatto che avessero ‘i figli’: spicchi più piccoli gonfi di succo, attaccati ai grandi spicchi che formavano il frutto” racconta Michele Abbondanza nelle note di sala, e in qualche modo fornisce una possibilità di lettura in chiave genitoriale del processo che sta alla base dell’allestimento del nuovo spettacolo, inteso non solo come sterile riproduzione di passi e sketch, bensì come paterno atto d’amore e rigenerazione che passa attraverso l’educazione sentimentale e la trasmissione del proprio sapere coreutico ai “discepoli”, Eleonora Chiocchini e Francesco Pacelli. Operazione non semplice in presenza di un lavoro così altamente autobiografico, e allo stesso tempo estremamente generosa e piena di fiducia nei confronti degli allievi che, soprattutto nel caso della controparte femminile del duo, sembrano ripagare appieno gli sforzi dei due illuminati precettori.

Un plauso va infine anche all’ideatrice del Progetto RIC.CI (Reconstruction Italian Choreography Anni ‘80/’90), la critica e storica della danza Marinella Guatterini che, attraverso il riallestimento di una serie di coreografie chiave nate a cavallo tra gli anni 80 e 90 del ‘900, punta alla riscoperta di una stagione particolarmente felice della danza contemporanea italiana, foriera di novità e fermenti creativi in grado di dialogare ed educare nuove generazioni di pubblico e danzatori.

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