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Papa Francesco: rapida fine di un’illusione

Vero. Piace ai cattolici aperti e dialoganti come il nostro Cattani, piace agli agnostici di sinistra come il nostro direttore Paris, piace ai laici in cerca di dialogo come Scalfari, piace ai fedeli delle altre confessioni e piace ai giornalisti, che ogni giorno hanno modo di scrivere di lui.

Per me, questo Papa svolgerà la stessa missione di quelli precedenti, con una differenza. Ratzinger era terribile: “il pastore tedesco”, lo aveva bollato il Manifesto con una foto che richiamava più la nobile razza canina che non il discendente di Pietro. Ratzinger non piaceva a nessuno: da lui si allontanavano i cattolici e non si avvicinavano gli altri. Papa Francesco, invece, si è presentato con il nome e il modo di fare del poverello di Assisi, mietendo consensi a destra e a manca.

Fin dal suo esordio il Papa, seppur Francesco, non ha però proferito parola contro la dottrina ufficiale della Chiesa, in questo imitando il Francesco originario che, a differenza di Giordano Bruno, non ha conosciuto il rogo. Il nuovo Pontefice ha detto poco o nulla in favore di una società moderna, in difesa della scienza, della ricerca, dei diritti civili. Nel celebre passo riferito ai gay (“Chi sono io per giudicare?”) ha rispolverato la metafora della malattia; sul ruolo della donna si è limitato a dichiarare di temere l’idea del “machismo in gonnella, perché in realtà la donna ha una struttura differente dall’uomo", ergo non può avere lo stesso ruolo, di certo non quello di sacerdote.

Papa Francesco, per ora, non ha cambiato la sostanza (il prodotto) del messaggio della Chiesa ma solo il marketing. Una raffinata strategia comunicativa indirizzata ad alimentare la speranza di quei cattolici che anelano ad un ritorno della Chiesa delle origini (egualitaria, povera, libera da sovrastrutture) contro la Curia vaticana. Un messaggio rivolto ai credenti non praticanti, sempre più lontani dalle imposizioni ecclesiastiche e a tutti gli Scalfari illusi di poter “dialogare”, praticando il dubbio, con chi invece, possedendo la fede, finge di dialogare nella certezza di possedere la sola e unica Verità Assoluta, certamente più grande e importante delle tante verità di tutti gli altri.

Il nuovo capo della Chiesa ha assunto per sé il nome di un frate semplice e poverello, ma è membro insigne della Compagnia di Gesù, un ordine compatto e gerarchizzato, dedito alla conquista, alla conversione e all’insegnamento dell’arte del potere, della politica e del comando. Un Papa che predica il ritorno ad una sorta di Chiesa primitiva (scarpe vecchie, appartamenti umili in cui vivere e utilitarie con cui viaggiare), ma che pratica il potere di chi al potere ha dedicato la propria vita e la propria missione scegliendo non l’Ordine dei Francescani ma la Compagnia di Gesù.

Passata l’ondata mass-mediatica della speranza, riaffiora il dubbio anche negli illusi della prima ora. Nulla è cambiato: la “misericordina” quale medicina offerta in dono ai credenti da piazza S. Pietro, gli assetti finanziari vaticani nelle mani di persone di fiducia del Papa ma con metodi antichi e la consapevole certezza che non può esservi un ritorno ad una Chiesa primitiva (egualitaria, povera e priva di gerarchie) per la semplice ragione che non è mai esistita e mai potrà esistere. È esistita certamente una primitiva comunità cristiana, prima del concilio di Nicea e forse di quello ancor più antico di Gerusalemme (i cristiani ebrei di Giacomo, convinti di una novella non esportabile ai “gentili”, contro i cristiani come Paolo fautori di un cristianesimo allargato a greci e romani), ma non è mai esistita una Chiesa primitiva, di sicuro non una Chiesa cattolica primitiva.

La Chiesa cattolica non è nata sul passaggio: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Un pensiero non attribuibile a Gesù, che a tutto poteva pensare meno che a fondare una nuova gerarchia andando a morte per aver combattuto quella ebraico-sadducea. La Chiesa, da Nicea in poi, si è sviluppata attraverso una sorta di congressi (concili) in cui si votava per alzata di mano ed è cresciuta nei secoli attraverso la gerarchia e il comando, basandosi su di una solida struttura con leggi interne ed esterne, sulla finanza e sul potere. Chi meglio del membro di una compagnia militarizzata come quella gesuita potrebbe garantire questa continuità? Il conclave ha scelto bene: un Papa gesuita che, rievocando Francesco, possa ridare credibilità spirituale alla Chiesa mantenendone intatto il potere temporale.

Vedremo se alle parole seguiranno i fatti ma, allo stato, mi spiace per chi ha sperato in questo Papa. Ogni Pontefice porta il suo stile: quello semplice di Papa Giovanni, il Papa buono; quello austero e intellettuale di Paolo VI; quello ruvido di Papa Woytjla.

Lo stile di Papa Francesco si colloca a metà fra il parroco di campagna reazionario Wojtyla, e il sofisticato teologo reazionario Ratzinger. Quale gesuita sudamericano conosce bene dottrina e arte di argomentare, ma sa come convivere con il mondo, come parlare al popolo. Un mix di accortezza e ingenuità, che egli stesso si riconosce quando dice di sé a Civiltà Cattolica: “Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo”. Del resto, è proprio lui a dichiarare di aver innestato Ignazio di Loyola su Giovanni XXIII, fondendo in se stesso il “Non coerceri a maximo, sed contineri a minimo divinum est” del fondatore dei gesuiti, con la massima del “Papa buono”: “Omnia videre, multa dissimulare, pauca corrigere”. Parola di Papa.