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Papa Francesco: una miope restaurazione

Non credo ci siano dubbi sull’impasse, anzi sull’arretramento del papato di Bergoglio. Per quanto la prudenza debba sempre guidare il giudizio di chi osserva il complesso e contorto mondo ecclesiastico, ci sembra che i dati di fatto illustrati da Cattani parlino chiaro. E ci dicano di un pontefice ridotto a recintare il proprio spirito innovatore nell’ambito dell’esteriorità del messaggio. Un’esteriorità pur importante (la sobrietà in alternativa alla magnificenza), ma non decisiva: sostituire la croce di legno a quella d’oro è un bel gesto, ma solo un gesto, rinunciare ai finanziamenti pubblici sarebbe ben altra cosa. E difatti non se ne parla. Pertanto dei due estremi cui accennava il titolo del nostro scorso numero – rivoluzione o marketing? – sembra ci si avvii, con decisione, verso il secondo.

Il tema è: come mai? E aveva senso auspicare un diverso approdo?

A mio avviso il punto vero è la crisi della Chiesa. In perdita di fedeli a livello mondiale, dove subisce l’aggressiva concorrenza dell’Islam e delle sette; marginalizzata nella sua culla, il mondo occidentale, dove i praticanti sono sempre meno e sempre meno influenzabili e il personale (i preti) deve essere importato dai paesi poveri; squassata da scandali interni (vedi Vatileaks) ed esterni (pedofilia) che ne hanno verticalmente ridotto l’autorevolezza morale; ancorata a visioni etiche incentrate su una sessuofobia da barzelletta, che non ha più alcun riscontro con le pratiche e il sentire della società civile.

Insomma, un’istituzione che si è progressivamente disancorata dalla società. Capace ancora di riempire piazza San Pietro in occasione di eventi particolari o in presenza di personaggi dal grande carisma, ma sempre meno in grado di influire sulle coscienze, o di rapportarsi con esse, come crudamente evidenziato dai campeggi dei Papa boys, tappezzati di preservativi.

In questo quadro sarebbe indispensabile una rivisitazione globale dell’istituzione: del proprio essere, del proprio messaggio.

Una Chiesa anzitutto sganciata dalle necessità e dalla (sotto)cultura della Curia. “La corte è la lebbra del papato… la Curia deve essere l’intendenza, che gestisce i servizi che servono alla Santa Sede” aveva affermato Francesco nell’intervista a Scalfari, non a caso ora rimossa.

Questo radicale cambiamento probabilmente era l’obiettivo che ha portato all’elezione di Bergoglio da parte di un collegio cardinalizio consapevole delle grandissime difficoltà dell’istituzione. Sembra ora invece che, rapidissima, sia scattata la restaurazione, per proteggere il ricco e comodo status quo. Il conservatorismo più miope ha prevalso, come forse logico in consessi di privilegiati ottuagenari.

Delle innovazioni bergogliane è facile prevedere che permarrà l’esibita sobrietà, peraltro circoscritta alla sua persona; e probabilmente anche un progressivo contenimento della sessuofobia, ormai troppo distante dal comune sentire. Ma le indicazioni di maggior spessore – una Chiesa non più prescrittiva ma missionaria, che sappia essere non un censore, ma un esempio, e quindi povera e al contempo tollerante – proprio perché andrebbero a incidere nel profondo, sembrano ripudiate.

Non intendo atteggiarmi a vaticanista e quindi francamente non so in che forme questo processo andrà avanti. O se all’attuale evidente vittoria del conservatorismo della Curia possano seguire altri sommovimenti di segno contrario. Credo però che, se persevera nella conservazione, il cattolicesimo sia destinato a ridursi da solo ad una ineluttabile, progressiva marginalità.