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Fra scienza ed etica

Sperimentazione sugli animali: è necessaria, è ammissibile?

Il dibattito che da tempo si è aperto sull’’utilizzo degli animali nella ricerca non può essere affrontato come un qualsiasi altro dibattito. In primis perché si parla di scienza e questa richiede dello studio e non semplicemente un’opinione; in secondo luogo perché si parla di etica e questa richiede una riflessione che non può essere superficiale.

Nella ricerca, l’uso di animali si concentra principalmente in aree di indagine come la ricerca di base, l’impiego di modelli animali per malattie umane, la ricerca farmaceutica, gli studi sulla tossicità e altre. Molti concordano sul fatto che la sperimentazione sugli animali dovrebbe essere condotta dove non sono praticabili tecniche alternative e solo per valide ragioni (ad esempio, non per i prodotti di cosmesi, per i quali i test sugli animali sono aboliti in tutta Europa da marzo di quest’anno); altri, invece, non sembrano considerare valido il loro utilizzo neppure come ultima risorsa.

Gli scienziati tuttavia continuano a ritenere essenziale l’utilizzo di animali nella ricerca, in quanto i metodi alternativi, come gli studi in vitro o le simulazioni in silico, presentano forti limitazioni. Per esperimenti in vitro si intende l’insieme di tecniche che utilizzano cellule ottenute da tessuto animale o umano per eseguire dei test e vedere come queste reagiscono. È indubbio che i dati ricavati da tali cellule risultino limitati, in quanto il loro comportamento è marcatamente diverso rispetto a quando sono parte integrante di un essere vivente. In questo senso molte sfide si devono ancora superare per far sì che una coltura cellulare possa predire il comportamento di cellule integrate in un tessuto o in un intero organismo.

I modelli in silico invece prevedono l’utilizzo di simulazioni al computer per predire alcuni eventi biologici e comportamenti di molecole. Tale metodo ha accelerato di molto la ricerca, anche grazie allo sviluppo di nuovi software sempre più potenti, che consentono di rielaborare una gran mole di dati. I quali dati, però, provengono da esperimenti condotti su animali, riuscendo così solamente ad integrare questi test piuttosto che sostituirli. Non essendoci al momento altre strategie percorribili, l’utilizzo degli animali, da questo punto di vista, risulta fondamentale.

Come una qualsiasi altra tecnica scientifica, anche la sperimentazione in vivo presenta dei rigidi protocolli, soprattutto in merito all’allevamento, dando “massima priorità alle considerazioni relative al benessere degli animali”, come indica l’art. 31 della direttiva europea del 2010. Questo documento punta a “garantire un elevato livello di protezione degli animali il cui impiego continua ad essere necessario, con l’obiettivo finale della completa sostituzione delle procedure su animali vivi a fini scientifici ed educativi non appena ciò sia scientificamente possibile”.

Si può facilmente riconoscere, alla base di molti punti della direttiva, il cosiddetto principio delle 3R, modello definito da Russell e Burch nel 1959 e accettato da tempo dalla comunità scientifica al fine di sviluppare strategie sperimentali sempre più attente alla sofferenza degli animali.

[
p]Il principio fa riferimento ai concetti di Replacement (rimpiazzare, utilizzare cioè “animali a fini scientifici o educativi solo quando non sia disponibile un’alternativa non animale” (Art 12, Dir 2010/63/UE), Reduction (ridurre il più possibile il numero di animali negli esperimenti) e Refinement (rifinire o migliorare le condizioni animali utilizzando, ad esempio, anestetici o praticando l’eutanasia per prevenire sofferenza non necessaria).

A livello nazionale le cose sono sensibilmente differenti. Lo stato italiano infatti sembra non aver recepito la direttiva e ha posto ulteriori paletti alla sperimentazione biomedica condotta su animali, facendo preoccupare non poco i ricercatori italiani. Se infatti dovesse rimanere vigente questo tipo di legislazione, la ricerca italiana resterebbe tagliata fuori dal contesto europeo.

Contro questa direttiva si sono scagliati anche i sostenitori di Stop Vivisection, movimento nato nel 2011 per il superamento del modello animale e l’utilizzo di dati umani nelle ricerche. In particolare, esso critica la validità scientifica della sperimentazione sugli animali, affermando che tali modelli non sono predittivi per l’uomo. In questo senso risulta effettivamente molto difficile sviluppare modelli capaci di descrivere fedelmente le diverse malattie, a causa della loro intrinseca complessità biologica. Ma, da diversi decenni, l’utilizzo di animali è risultato fondamentale per lo sviluppo di nuovi farmaci e vaccini contro malattie fino a poco tempo fa mortali, come l’epatite B e la poliomelite. Inoltre, lo sviluppo di esemplari geneticamente modificati ha permesso di fare enormi passi avanti; diversi trattamenti per alcuni tipi di cancro, come quello al seno (tamoxifen), partono da studi sui topi (che mostrano una corrispondenza con l’uomo nel 98% a livello del DNA) modificati in regioni del genoma che causano la malattia.

Se, nonostante i risultati ottenuti, si accetta che il modello animale non funzioni in quanto non completamente somigliante alla specie umana, non rimane che appoggiarsi alle parole di G. Watts: “Potremmo fare a meno degli animali se fossimo preparati ad ammettere un maggior rischio sull’uomo”. Siamo però istintivamente prevenuti a ritenere lecita la sperimentazione umana. A questo punto si aprono problematiche di tipo etico: uomo e animale sono sullo stesso livello morale? È concesso all’uomo di utilizzare gli animali solo in virtù del fatto che è in grado di farlo? Tale sperimentazione sta realmente portando benefici all’umanità e agli animali stessi? I sacrifici sono materialmente ed eticamente accettabili, visti i successi raggiunti?

La scienza dice sì, l’etica dice ni

Quantificazione dell’utilizzo degli animali nella sperimentazione nel corso del Novecento (Vera Baumans, Gene Therapy [2004] 11, S64–S66)

Non esiste una risposta univoca a tali quesiti, in quanto si tratta di una questione di percezione: gli animalisti vedono un animale in gabbia, gli scienziati una possibile cura per una malattia. Per questo e altri motivi, sono stati creati i comitati etici, che provvedono all’analisi delle situazioni caso per caso.

Ma, nonostante la scienza ci offra dei buoni risultati per comprendere come la sperimentazione animale sia utile all’uomo, l’etica lascia aperta la questione se tale pratica sia davvero necessaria, se sia fondamentale salvare i malati, allungando loro la vita, in un mondo dove la popolazione globale sta continuando a crescere vertiginosamente.

Bisogna però confrontarsi con la realtà. Chiunque conosca qualcuno malato gravemente si sarà chiesto a che punto è la ricerca, senza la quale non avremmo l’insulina per trattare il diabete, né antibiotici per le infezioni e neppure i vaccini. La ricerca di base si fermerebbe come la nostra comprensione della vita biologica, senza cercare una cura per il cancro o un trattamento per il Parkinson, l’Alzheimer o l’Aids. È quindi importante mantenere aperto il dibattito sia da un punto di vista etico che scientifico, riconoscendo tuttavia il fatto che, per curare le malattie gravi e avanzare nelle scienze mediche, i test sugli animali sono necessari.

Da Ippocrate in poi

Da sempre l’uomo ha utilizzato gli animali per studiare la vita, un utilizzo che va di pari passo con lo sviluppo della medicina. Già Aristotele e Ippocrate riportarono nell’Historia Animalium e nel Corpus Hippocraticum i loro studi sulla struttura e la funzione del corpo umano, basati principalmente sulla vivisezione degli animali. Gli esperimenti su maiali, scimmie e cani condotti da Galeno di Pergamo (129-216 d.C.) furono poi determinanti nell’avanzamento di molte pratiche mediche rimaste valide fino alla loro confutazione per opera di Andrea Vesalio (1514-1564).

Nel Seicento, con l’avvento della filosofia cartesiana, ci fu un aumento degli esperimenti sugli animali in virtù del fatto che ogni aspetto dell’essere vivente poteva essere capito sulla base di meccanismi generali e simili per tutti. Tali esperimenti venivano condotti senza grandi problematiche morali, in quanto l’animale, privo di pensiero, mancava di una propria consapevolezza e quindi della capacità di provare dolore. Il numero di animali impiegati nella sperimentazione scientifica continuò a crescere soprattutto dopo la pubblicazione dell’Origine della specie di Darwin (1859), che dimostrava forti somiglianze biologiche fra uomo e animale.

Anche nel ‘900 si ebbe un aumento, dato dal rapido sviluppo di discipline quali la farmacologia, la tossicologia e l’immunologia. La divulgazione della scienza e una maggior consapevolezza dell’opinione pubblica portarono però negli anni ‘80 a una diminuzione nell’uso di animali e alla formulazione di una legislazione più severa. In concomitanza con la nascita di comitati etici, si bandirono anche gli esperimenti che utilizzavano gli animali come cavie per alcol e tabacco.

Negli ultimi 10 anni, infine, lo sviluppo di nuove tecniche di modificazione genetica ha portato ad un aumento nell’uso di modelli animali del 23%, in quanto questo tipo di metodologia sembra permettere lo studio di molte patologie umane fin dalla loro origine.

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