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L’avanguardia intermedia. Ca’ Pesaro, Moggioli e la contemporaneità a Venezia 1913-2013

Venezia, fuori dalla cartolina

Può sembrare che ci sia poco in comune tra un paesaggio di Umberto Moggioli o di Gino Rossi del 1913 e una scena urbana fotografata da Gabriele Basilico nel ‘96. Eppure ha le sue interessanti ragioni l’accostamento proposto da Alessandro Del Puppo, nella prima mostra della Galleria Civica di Trento dal momento della sua incorporazione al Mart, visitabile fino al 26 gennaio. Vengono cioè messi a confronto due momenti, due generazioni, la prima e l’ultima che segnarono momenti innovativi cruciali per l’arte del ‘900, nello scenario di Venezia.

Umberto Moggioli, Il ponte verde

L’innovazione del cosiddetto Gruppo di Ca’ Pesaro, che fu particolarmente attivo tra il 1908 e il ‘13 e vide tra i suoi protagonisti Arturo Martini, Gino Rossi, Umberto Moggioli, Felice Casorati e Tullio Garbari, non fu qualcosa di paragonabile alla coeva dirompente avanguardia del futurismo: fu un tentativo di emanciparsi dalla tradizione accademica, ancora dominante nelle scelte della Biennale veneziana nata nel 1895, ponendosi in sintonia con le ricerche “bretoni” di Gauguin, con il grafismo di matrice Jugendstil, ma anche con una sensibilità, particolarmente evidente nelle opere qui esposte di Moggioli, che ha i suoi referenti in Segantini, in Millet, in Ciardi.

Niente di particolarmente avanguardistico (da qui quell’”intermedia” del titolo), ma che segnava una riconoscibile opposizione sia al linguaggio prevalente, sia alla visione convenzionale, pittoresca e magari coltamene turistica del paesaggio veneziano. Ora non sono più i luoghi canonici, le raffinate icone care al pubblico borghese: sono i luoghi abbandonati, i silenzi delle isolette della laguna semideserte, le luci del crepuscolo, insomma un paesaggio che pare fatto apposta per stabilire una risonanza interiore e simbolica, a interessare i nostri pittori. Ma sono anche le figure e soprattutto i volti delle persone marginali: lo vediamo specialmente in Gino Rossi, il vero intermediario fra le ricerche bretoni e l’habitat e la piccola umanità lagunare. Anche in Garbari notiamo che il paesaggio naturale non è un’evasione dalla realtà umana o un pretesto di ripiegamento intimista: da uno scenario incantato ed essenziale, come il fiabesco Trittico del 1912-13, approderà nel tempo ad uno sguardo religioso e mitico sulla figura umana (La famiglia del carradore, 1927).

Proprio qui troviamo i punti di raccordo fra questa prima generazione di innovatori e le ricerche degli anni ‘70-’90, condotte da una leva di artisti che, mentre abbandona la pittura adottando la fotografia, il video, la performance, incorpora nel proprio lavoro il senso dei movimenti antagonisti degli anni ‘60, in polemica col modello sociale capitalistico, anche se rinuncia a un esplicito gesto di arte militante: qualcosa che può trovare tra i suoi precedenti storici il sentimento di estraneità che animava i più coerenti “capesarini” come appunto Gino Rossi, opposto al fanatismo modernista dei futuristi. Così si spiega l’analoga attrazione per il paesaggio marginale e per quella che Del Puppo chiama la “devianza antropologica”.

La marginalità, negli anni ‘70, non è più quella delle isole solitarie della laguna: sono le discariche tossiche e desertiche di Marghera che vediamo nei video di Sirio Luginbühl (Crepacuore, 1969; Amarsi a Marghera, 1970) con la loro aria underground e l’influenza delle ricerche del cinema alternativo americano; sono i minimi segni urbani che vediamo nelle serie fotografiche di Guidi Sartorelli (1977), le periferie industriali e viarie documentate da Guido Guidi e Gabriele Basilico, e i protagonisti umani visibilmente estranei al “sistema”.

Negli anni ‘70 la Biennale non è più, da decenni, l’istituzione retrograda del tempo dei “capesarini”: ormai da lì passa la ricerca avanzata, come passa da una più piccola ma molto meritoria realtà privata di Venezia, la Galleria del Cavallino (che la mia generazione ben ricorda come riferimento prezioso anche per le proposte innovative della galleria Argentario di Ines Fedrizzi a Trento). Da lì passarono diversi degli artisti qui esposti: fra gli altri, Germano Olivotto, il quale, con fare concettuale, tra fotografia e luce al neon, fa sì propria la recente esperienza del minimalismo e dell’arte povera (Sostituzione, 1971), ma anch’egli interpreta l’habitat veneziano con uno sguardo spiazzante.

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