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L’officina - storia di una famiglia

Più limiti che pregi

L’officina - Storia di una famiglia

Il Centro S. Chiara e lo Stabile di Bolzano, le due più importanti istituzioni teatrali della regione, hanno coprodotto e proposto come spettacolo inaugurale della stagione di prosa del S. Chiara, lo spettacolo “L’officina - storia di una famiglia”, scritto da Angela Demattè e diretto da Carmelo Rifici. Ma le elevate aspettative create da simili premesse sono rimaste per la gran parte insoddisfatte. La storia narrata è quella di una piccola azienda trentina artigianale a conduzione famigliare che si intreccia alla storia delle vicende nazionali economiche e politiche: dal fascismo, passando per l’industrializzazione e tecnologizzazione del lavoro, per giungere all’attuale crisi, ancor più drammatica quando colpisce un contesto lavorativo famigliare e dunque le relazioni affettive matrimoniali e generazionali.

Lo spettacolo ha un andamento sinusoidale: momenti di intensa emotività si alternano a vuoti drammaturgici coperti da deboli strategie registiche. Il primo capitolo affronta la questione sempre stimolante ed attuale dell’antifascismo, lasciandola però sospesa, senza una continuità drammaturgica col resto della storia. Tant’è che l’introduzione della figura dell’attrice\autrice\narratrice Demattè, che si aggira col computer sulla scena e interloquisce pirandellianamente con i suoi personaggi e con se stessa, sembra più un modo di cucire sezioni drammaturgiche, che rimarrebbero altrimenti tasselli di puzzle incollocabili.

Alcune idee sono interessanti, come ad esempio l’introduzione del cambiamento sociologico della famiglia trentina, resistita fino al tempo del fascismo, attraverso l’arrivo della una nuora veneta (frutto del flusso migratorio interno) e successivamente di una nuora romana che apre simbolicamente le porte della regione\famiglia al resto dell’Italia. Efficace l’uso dell’elemento scenico della tavola da pranzo, periodicamente spostata, che diviene il simbolo dell’andamento aggregante e disgregante della famiglia.

Intenso e stimolante un dialogo tra la moglie dell’operaio e la cognata, moglie dell’artigiano: un confronto emozionante, con richiami alla condizione femminile e al processo di sindacalizzazione della massa operaia, che però proprio per questo risulta troppo poco sviluppato. Altrettanto emozionante e illuminante ma letteralmente sprecato, il dialogo tra la nuora trascurata dal marito imprenditore e il suocero. Un dialogo in cui emergono le striscianti dinamiche emotive che portano alla solitudine.

Invece molto intenso e questa volta completo sia drammaturgicamente che recitativamente è il momento centrale della terza parte, in cui esplode la rabbia del primogenito contro l’ottusità gestionale paterna. Intensi gli attori, che interpretano i due fratelli, e bravo Castelli, che regge l’intero lavoro rimanendo quasi sempre in scena.

L’eccesso autobiografico, a volte incomprensibile (come la citazione di Hannah Arendt relativamente al dramma personale dell’autrice), ostacola l’intento di creare un’opera teatrale paradigmatica. A volte il linguaggio dialogico sembra sfuggire al controllo oscillando, soprattutto nei momenti concitati (forse i migliori) tra il dialetto trentino e l’italiano, disorientando e disarmonizzando l’ascolto.