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L’officina - storia di una famiglia

Più pregi che limiti

Quanto mai centrato il titolo “L’officina”. È il lavoro in effetti il centro della pièce di Angela Demattè: il lavoro artigiano, l’autentica passione per la propria (piccola) impresa, che diventa l’alfa e l’omega della vita. Azienda famigliare, recitano gli economisti, con la famiglia indispensabile supporto, ma essa è un mezzo, uno strumento; il fine è l’impresa, il lavoro (più ancora dei soldi). Il che fatalmente genera tensioni, tra le esigenze degli affetti da una parte e quelle della realpolitik aziendale dall’altra.

L’officina - Storia di una famiglia

Ecco, il primo grande merito dell’Officina è avere messo in scena tutto questo, essersi riferiti, con passione e anche precisione, a tale dinamica sociale, vista dall’interno. È la storia della famiglia della stessa Demattè, è scritto in presentazione; non sappiamo se sia vero (se sì, immaginiamo i familiari aspettare a casa con oggetti contundenti l’autrice, spietata nel descriverne difetti e miserie), ma non importa: l’introspezione è così acuta e al contempo appassionata da farci toccare con mano squarci di vita vera.

Poi ci sono i limiti. Diverse trovate registiche fuori luogo, la stessa Demattè che malamente entra\esce dal ruolo di attrice a quello di narratrice; i personaggi che pestolano su una scena che sembra sempre troppo grande. I tanti temi introdotti (il padre antifascista o i conflitti sindacali, ad esempio) e subito esauriti. Il rapporto della famiglia con la storia (il fascismo appunto, ma anche la guerra) tratteggiato a volo d’uccello con accenni del tutto insoddisfacenti.

Eppure lo spettacolo funziona, e anche il pur lungo primo tempo - un’ora e venti - in cui si affastellano tanti momenti, quasi mai drammaturgicamente risolti, scorre piacevolmente. Merito anzitutto della tematica, ma anche degli attori, tra cui spicca un eccezionale Andrea Castelli, ormai giunto alla piena maturità. E quando poi, nel secondo tempo, va in scena il declino dell’impresa, fiaccata dall’incapacità del vecchio artigiano di adeguarsi ai tempi e dalla mancata successione al figlio intraprendente, la scena si fa caldissima. Non solo per le urla dei litigi, per il dramma di rapporti affettivi che si sfaldano, ma perché si vede in scena, viva come non mai, una parte della società, della nostra vita.

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Nello stesso numero:
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In altri numeri:
“La scelta di Cesare”
Lucrezia Barile

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