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Lotta dura in biblioteca

Fra il 9 e il 13 dicembre le biblioteche dell’Ateneo trentino sono state coinvolte nello sciopero a oltranza dei dipendenti. Uno sciopero causato dai paventati tagli che, a partire da gennaio le biblioteche probabilmente subiranno e che ridurrebbero il numero di lavoratori in servizio, anticiperebbero gli orari di chiusura ed eliminerebbero gli inventari. Al momento, forse un filo di speranza c’è, data la sospensione dello sciopero (che i lavoratori hanno deciso per senso di responsabilità verso gli studenti) e l’ascolto che i lavoratori delle biblioteche hanno, almeno in parte, ricevuto dalle alte sfere. Sarà però tutto da vedere.

Linea dura quella che i lavoratori della Caeb di Milano (che gestiscono il sistema bibliotecario dell’Università) hanno scelto: niente prestiti, niente accesso alle aule studio e chiusura totale delle biblioteche, il tutto a ridosso della sessione d’esami, delle vacanze natalizie, e degli appelli di laurea: un momento che peggiore non si poteva. Ora, a distanza di un po’ di tempo dal termine dello sciopero, è doveroso porre sul tavolo alcune questioni: i dipendenti della Caeb hanno scioperato per una giusta causa, poiché l’Università taglia loro fondi ed orario per cercar di salvare il salvabile di ciò che è rimasto dallo sperpero a tre (Provincia, Università, Comune) che si sta consumando per la ormai ex biblioteca di Botta, attualmente, in teoria, da ubicare alle Albere (vedi Il sindaco e la biblioteca)

C’è tuttavia un altro elemento da considerare. Uno sciopero serve a ottenere, esercitando una pressione sui datori di lavoro, un miglioramento delle condizioni lavorative. Ma se una biblioteca sciopera chi ne soffre sono in primis studenti e professori. E gli studenti pagano le tasse universitarie anche per usufruire di questo servizio. E a chi si possono appellare? Non esiste un sindacato degli studenti. Uno sciopero è l’extrema ratio per far ragionare i datori di lavoro, ma in alcuni casi si rivolta ingiustamente proprio contro chi non può in alcun modo difendersi.

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