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Il ritorno della restaurazione

L’inviato di Papa Francesco, cardinale Brandmüller, viene a Trento a rinverdire il messaggio dello storico Concilio. In chiave rigidamente conservatrice. Presenti anche Rossi e Andreatta: che si fanno riconoscere.

Girolamo Savonarola
Il cardinale Brandmüller

A volte un’immagine è molto più eloquente delle parole. Ed ecco la foto di gruppo in occasione della ricorrenza dei 450 anni dalla chiusura del Concilio di Trento, celebrata in pompa magna il 3 dicembre scorso: seduto in prima fila l’ospite d’onore, il cardinale tedesco Brandmüller, con alle spalle l’arcivescovo Bressan bardato di paramenti e pastorale; intorno i seminaristi, sorridenti e in bianche vesti, che completavano il quadretto. Più che una foto di famiglia, però, sembrava un mosaico tardo antico o una pittura medievale che immediatamente rimandano a un’idea di Chiesa in cui prevalgono l’ordine e la gerarchia, il dogma e la tradizione, l’istituzione e la commistione con i poteri mondani.

In effetti questo era il clima che si è respirato nella celebrazione. Discorsi ossequiosi e fantasiosi dei politici trentini, ricostruzioni storiche al limite del grottesco e infine l’incredibile omelia del Cardinale, tutta passatista e nostalgica, hanno finito per esaltare in maniera davvero esagerata il Concilio di Trento, visto come evento spartiacque nella storia del mondo e del Trentino.

Ovvio che per il nostro provincialismo travestito da autonomismo il mondo coincide con il Trentino. Brandmüller, inviato speciale di Papa Francesco, è stato accolto con ogni onore al Castello del Buonconsiglio, dove c’erano proprio tutti: il vescovo Bressan, autorità civili e militari, il presidente Rossi e il sindaco Andreatta.

Questi ultimi hanno fatto a gara nelle iperboli e nei parallelismi balzani, ovviamente all’insegna della più trita retorica. Andreatta, di solito attento in queste occasioni, spara: “Trento è quello che è anche e soprattutto grazie al Concilio che indicò comunque, al di là degli esiti del tempo, come questa fosse terra dialogante che crede nell’incontro”. Rossi però è irraggiungibile: “Oggi noi possiamo dire che quello che venne scritto e vissuto 450 anni fa nella cattedrale di San Vigilio e nella vicina chiesa di Santa Maria Maggiore fu uno dei capitoli centrali di una storia che ha portato il Trentino a essere corridoio di merci e mercanti, di invasori e di eserciti, di re e imperatori, ma anche di santi e di eremiti, di idee e di cultura. È nata così l’Autonomia che guida le nostre genti ad essere responsabili del proprio futuro: è nata confrontandosi con le genti dell’Europa storica, antica e moderna, per essere cuore pulsante dell’Europa contemporanea”.

Abbiamo capito bene: il Concilio di Trento è stato un’espressione del volto dialogante della città ed è stato altresì un evento centrale del trionfale cammino verso l’Autonomia!

Ritorna la parolina magica, buona a tutto: Autonomia

Rossi concede che, ai tempi del Concilio, non si riuscì a trovare una mediazione tra nord e sud Europa, ma ugualmente Trento dimostrò “quello spirito di ospitalità montanara, semplice e frugale che è oggi una delle caratteristiche meglio apprezzate del nostro essere terra di ospitalità”.

Tutto fa brodo, tutto è lecito, anche le fantasie storiche. Basta evocare la parola magica: Autonomia.

Dove sono i nostri intellettuali identitari alla Baratter? Forse però siamo rimasti ai tempi di Tretter, quando nei suoi discorsi, che non si ricordano per profondità e originalità, il rais autonomista si abbuffava di retorica trentinista.

1563: il fallimento della riconciliazione

Il Concilio di Trento

Sarebbe però sbagliato liquidare tutto come l’ennesima prova della nostra tendenza all’auto-esaltazione. È paradossale questo esito: nei decenni passati l’Istituto Storico Italo-germanico (grazie soprattutto a Paolo Prodi e a Igino Rogger) ha svolto fondamentali e innovativi studi proprio sul Concilio, cercando di coglierlo nella sua reale valenza storica connessa alla nascita dello Stato moderno, del pensiero scientifico, della nuova Europa che doveva fare i conti con le divisioni confessionali. Il Concilio non è stato solo Controriforma e Inquisizione, ma pure un tentativo di riforma cattolica (non bisogna sminuire il valore di alcune decisioni relative al canone delle Scritture, all’organizzazione ecclesiale con l’obbligatorietà della residenza in diocesi dei vescovi, alle norme più rigide per arginare certi comportamenti del clero). Mai nessuno però potrà dire che sia stato un successo, in quanto ha fallito nell’obiettivo principale per cui era stato indetto: quello della riconciliazione con Lutero e la Riforma. Trento era stata scelta proprio per questo motivo, essendo la prima città “italiana” appartenente al Sacro Romano Impero germanico; la travagliata storia del Concilio, che fu sospeso, ripreso, spostato a Bologna, dimostra che l’ubicazione dell’evento non era considerata decisiva per il suo successo. Alla fine i padri conciliari ritornarono a Trento, ma non certo perché la città fosse aperta, dialogante e accogliente: in qualche modo bisognava chiudere.

Chi è Brandmüller?

Veniamo però all’ospite più atteso, il cardinale Brandmüller. Una carriera di storico della Chiesa e soprattutto dei concili in varie università tedesche, che gli è valsa la nomina nel 1998 a Presidente del Pontificio comitato di scienze storiche. Consacrato vescovo e creato cardinale nel novembre del 2010, diventa esponente di spicco dell’ala restauratrice che sperava nell’azione di Benedetto XVI.

Qualche esempio. I testi del Concilio Vaticano II sulla libertà religiosa e sul dialogo interreligioso possono essere discussi e non hanno “nessun carattere dogmatico vincolante”. Parole accolte con entusiasmo dai tradizionalisti. Alcuni pronunciamenti del Concilio vanno bene, altri no. Altre parole di Brandmüller: il Concilio Vaticano II “avrebbe scritto una pagina gloriosa, se, seguendo le orme di Pio XII, avesse trovato il coraggio di pronunciare una ripetuta ed espressa condanna del comunismo. Invece il timore di pronunciare sia censure dottrinali che definizioni dogmatiche ha fatto sì che alla fine emergessero pronunciamenti conciliari il cui grado di autenticità e dunque di obbligatorietà fu assolutamente vario”. Occorre storicizzare, minimizzare, rileggere, magari raddrizzare il Vaticano II. Non è un caso che Brandmüller sia una guest star per i siti della destra cattolica, che lo eleggono a campione dell’ortodossia.

2013: la reazione al riformismo di Bergoglio

Le parole del cardinale rivelano la reazione diffusa in potenti ambienti ecclesiali contro il progetto riformatore di Papa Francesco. Il quale però, come fatto notare da QT, ha sempre un atteggiamento ambiguo. La nomina di Brandmüller come suo rappresentante da mandare a Trento suscita impressione. Lo capisce l’attento commentatore Sandro Magister, convertitosi anni fa alle posizioni di Ruini e quindi diventato acerrimo nemico del professor Alberto Melloni e della “scuola di Bologna”, nata dalla volontà di Giuseppe Alberigo per sostenere la novità del Vaticano II. Sul suo blog, Magister è netto: “Nell’interpretare il Concilio Vaticano II, Brandmüller è uno dei critici più duri delle tesi della ‘scuola di Bologna’... in perfetto accordo con l’ermeneutica sostenuta da Benedetto XVI nel memorabile discorso alla curia del 22 dicembre 2005: quella della “riforma nella continuità dell’unico soggetto Chiesa”.

Ebbene - continua Magister - nella lettera in latino con cui affida al cardinale Brandmüller il compito di rappresentarlo a Trento, resa pubblica il 23 novembre, papa Francesco cita proprio quel discorso di Benedetto XVI per dire come vanno interpretati sia il Concilio di Trento che il Concilio Vaticano II, cioè i due Concili che nella visione di ‘rottura’ cara ai bolognesi rappresentano l’uno il vecchio e l’altro il nuovo che vi si sostituisce. Con ciò papa Jorge Mario Bergoglio sembra fare un ulteriore passo nella rettifica dei giudizi da lui espressi sul Vaticano II nell’intervista a ‘La Civiltà Cattolica’, nel senso di una piena e dichiarata adesione all’ermeneutica di Benedetto XVI”.

Si dirà che sono sottigliezze storiche e teologiche, che non interessano nessuno. In realtà l’arrivo di quel cardinale rappresenta uno schiaffo per Trento e per la sua tradizione di studi. È noto infatti come l’Istituto di Scienze religiose guidato da Rogger (quello che non ha esitato a chiudere la “vertenza Simonino”) sia stato vicinissimo alle posizioni degli studiosi di Bologna. Non solo. Esaltare il Concilio di Trento non è un favore, ma è mettere la pietra tombale su qualsiasi velleità trentina di aprire una “facoltà teologica” secondo il modello del mondo germanico (ricordiamo che in Austria e in Germania molte università, non dipendenti dal Vaticano, hanno istituito corsi di laurea in teologia).

Siamo dunque ripiombati all’epoca di monsignor Sartori, quando l’arcivescovo lasciava platealmente la sala in un convegno organizzato dall’allora Istituto trentino di cultura, come segno di protesta per l’intervento di un teologo tedesco che parlava di “storicità dei dogmi”.

La verità cattolica è invece eterna e immutabile (tranne forse quella del Vaticano II). Così la pensa il cardinale Brandmüller. Durante il Concilio di Trento questa verità rifulse contro ogni relativismo (e qui citare il povero Nietzsche è d’obbligo), contro ogni scisma. Da notare che proprio qui a Trento, una città che dovrebbe aiutare il cammino verso l’unificazione ecumenica dei cristiani, il cardinale definisce scisma la Riforma e scismatici luterani e protestanti in genere: definizione formalmente corretta, ma come la mettiamo con gli auspici di incontro con i “fratelli separati” degli ultimi Papi del dopoguerra?

Per superare l’odierna temperie culturale dominata dalle forze ostili al cattolicesimo bisogna guardare indietro per cercare di attualizzare una gloriosa tradizione. “Se dunque oggi, dopo 450 anni, anche noi cristiani del terzo millennio intoniamo lo stesso Te Deum di allora, non possiamo e non dobbiamo farlo solo con sguardo nostalgico verso il passato”. E Brandmüller trova nel Concilio tridentino le fondamenta sicure su cui costruire anche oggi la Chiesa. Tra queste un’idea forte di verità (altro che l’intervista di Bergoglio a Scalfari!), tutta cattolica, senza sconti, basata sul canone della Bibbia - sancito anch’esso a Trento - e su una visione di Chiesa che rivendica la propria ascendenza apostolica contro lo scisma che arrivava dalla Germania.

Cinquecento anni fa come oggi viviamo in “un’Europa in cui la Chiesa sanguinava dalle ferite inferte dall’allontanamento di massa in molti paesi. Scoramento e confusione paralizzavano molti di coloro che erano rimasti fedeli, lasciandoli a guardare, privi di speranza, verso un futuro oscuro”.

In queste tenebre generalizzate in cui “l’errore” sembrava dilagare, ecco la grazia di Dio manifestarsi a Trento. Dopo il Concilio ci fu una nuova primavera per la Chiesa, altro che oscurantismo e controriforma. Soltanto un accenno dell’idilliaca ricostruzione di Brandmüller: “Fu questa consapevolezza di non essere stati lasciati indifesi dinanzi al male, malgrado tutte le tentazioni, bensì di essere stati redenti e chiamati alla gloria eterna, a liberare le forze migliori dello spirito e del cuore dei fedeli. Fu una nuova autoconsapevolezza dell’uomo, ispirata dalla fede nella redenzione, a produrre lo straordinario slancio religioso, l’impegno missionario in Asia e in America, la crescita delle molteplici opere di amore del prossimo, delle arti e delle scienze, che hanno caratterizzato il tempo dopo il Concilio tridentino”.

Possiamo dubitare che gli indios americani abbiano sperimentato “l’amore del prossimo” nei missionari che convertivano a forza? O che gli studiosi come Galileo abbiano apprezzato “la crescita delle scienze” indirizzata dal ricorso alla tortura? La Chiesa non dovrebbe invece presentare doverosissime scuse? E quando lo fa - come su questi temi, pur molto tardivamente, ha fatto - non dovrebbe evitare di rimangiarsele sei mesi dopo?

Si potrebbe continuare a lungo. Nessuno in Duomo ha protestato contro queste parole del cardinale. Solo il “solito” Silvano Bert è stato capace di inviare una lettera (non pubblicata) a Vita Trentina, nella quale stigmatizzava pure l’intervista al cardinale pubblicata sullo stesso settimanale diocesano, nella quale il presule bollava ogni tentativo di apertura come un allontanarsi dalla tradizione.

Bocche cucite in Diocesi, evento archiviato, punto e basta. Sembra quasi che a Bressan nulla interessino i contenuti, nulla importi la sostanza delle cose. L’obiettivo è finire sotto i riflettori, creare eventi secondo una logica mediatica. Così è avvenuto per il “giubileo della Cattedrale” e per la celebrazione del Concilio: spot pubblicitari per se stesso. In cui si può dire di tutto e di più. Tanto poi ci si dimentica di tutto.