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Le stanche Universiadi

Un appuntamento accolto con freddezza. Eppure adesso la Provincia punta alle Olimpiadi 2022, già rifiutate dai bavaresi.

È terminato nella più assoluta desolazione l’appuntamento delle Universiadi invernali “Trentino 2013”. Nonostante la benedizione della fiaccola da parte di Papa Francesco, le decine di pagine occupate sui quotidiani locali (solo quelli), e i toni enfatici di Ubaldo Prucker, responsabile delle gare, e nonostante i campi di gara perfettamente innevati, i panorami stupendi favoriti da giornate limpide e miti. Le premesse per fare bene c’erano tutte: le strutture già attive, oltre 2000 volontari, una distribuzione equilibrata degli eventi e la presenza di 60 paesi e 3600 atleti accompagnati da staff tecnici e parenti.

Perché allora i cuori, sia degli sportivi che degli abitanti, non si sono scaldati? Anzi, nelle vallate ospitanti gli operatori turistici hanno accolto l’appuntamento con noncuranza, sottovalutando ogni aspetto mediatico, criticando organizzazione e chi l’appuntamento lo ha imposto. A domande un provocatorie del tipo “Ma come, la Provincia investe soldi pubblici per voi, mentre taglia servizi assistenziali e voi avete il coraggio di criticare?”, le risposte erano tutte simili: “Soldi buttati, non portano alcun rientro pubblicitario, alberghi e bar sono vuoti”.

Forse quest’ultimo aspetto chiarisce la diffidenza e il distacco. Siamo in presenza di un Trentino sempre più vuoto di emozioni e di valori.

La Provincia di Trento ha chiesto alla FISI l’organizzazione delle Universiadi dopo la rinuncia della Slovenia, che non era in grado di sborsare i 200 milioni di euro richiesti: il Trentino ha ottenuto un sostanzioso sconto, ha dovuto versare “solo” 50 milioni. E poi accollarsi le spese organizzative complete: gestione degli stadi, dei campi gara, logistica, sale stampa, premiazioni, 90 auto Skoda regalate (sarà interessante, poi, sapere chi se le accaparrerà e a quale prezzo), migliaia di divise. E tutto è piovuto in tempi stretti: un solo anno di tempo per organizzare l’evento, mobilitare la gente. In Fiemme, ad esempio, i volontari erano già esausti per gli impegni sopportati nei mondiali di sci nordico. Le scuole sono rimaste assenti sia dai campi gara che alle premiazioni. Le gare di sci alpino, quelle di fondo, i salti dai trampolini, gli appuntamenti dello snowboard, si sono svolti in un panorama desolante, privo di tifosi, di festa, di energia. Gli stessi volontari hanno affrontato questo ulteriore impegno solo perché coinvolti quasi coattivamente: si andava all’impegno giornaliero sperando di cavarsela nel minor tempo possibile.

Dai nostri media, sia cartacei che televisivi, non è stato possibile cogliere questa stanchezza: il mondo giornalistico ormai fa sintesi solo dei comunicati ufficiali degli organizzatori e del palazzo provinciale. E infatti questi giornalisti subito rilanciano: il Trentino è pronto per ospitare l’Olimpiade invernale. Dal presidente Ugo Rossi all’assessore Mellarini, a Prucker, a tutti i direttori delle APT, il commento è identico: ci meritiamo l’appuntamento internazionale più importante, siamo i più bravi.

Una stampa addormentata non ricorda cosa è accaduto in tempi recenti, molto vicino a noi. Nel 2005 i mondiali di sci alpino a Bormio sono stati un fallimento economico e mediatico: hanno solo comportato la distruzione di ambienti alpini unici interni al Parco Nazionale dello Stelvio e da allora in poi è iniziata la decadenza turistica invernale dell’alta Valtellina.

Le Olimpiadi di Torino del 2006 hanno lasciato la valle di Susa ambientalmente devastata ed ora si stanno demolendo, perché economicamente insostenibili, alcune grandi strutture: le pista di bob, slittino, pattinaggio di velocità ed altri campi gare. Solo la città di Torino ha ricevuto vantaggi dall’appuntamento, grazie alla riqualificazione e restauro di musei, della mobilità e di grandi piazze.

Ma la censura più preoccupante riguarda quanto avvenuto il 10 novembre in Baviera, dove i cittadini sono stati chiamati a votare su un referendum che chiedeva loro il consenso per ospitare le Olimpiadi invernali. Il risultato è stato clamoroso: ogni area della Baviera, dalla montagna alla città, ha votato per il no, con percentuali che vanno dal 52 ad oltre il 60%. Cittadini e gente delle vallate hanno temuto di vedere il loro territorio costretto a subire ulteriori sacrifici ambientali e paesaggistici. Se si guarda verso nord, con il miraggio della regione pan-tirolese, o sostenendo localismi definiti Euregio, si dovrebbe anche avere il coraggio di rilevare la sensibilità e la serietà di queste popolazioni, ben diverse da quelle dimostrate dai nostri politici e da troppi dirigenti pubblici.

Prima di lanciarsi in ulteriori costosissime avventure, visto anche la freddezza con cui la nostra popolazione ha accolto lo spirito degli atleti universitari, è meglio riflettere e investire nella ricucitura delle tante situazioni di crisi che presenti nelle vallate e nelle città trentine.

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