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Vita di missionario

Lavorare in Mozambico: dal difficile ambientamento allo scontro con la corruzione e lo sfruttamento

Andrea Facchetti

Comincio a scrivere queste parole in un dopocena torrido di principio d’estate da savana africana, con le pale del ventilatore sparate in faccia per tentare di sopravvivere, con un vento secco e insistente che va in cerca di tutto ciò che è immobile per dargli movimento. Comincio a scrivere queste parole a Chemba, riva destra del grande fiume Zambesi. Ci sono arrivato due mesi fa da Dondo, dopo 500 chilometri di strada e dieci ore di viaggio. Quel pomeriggio stesso, all’ora del tramonto, vado in riva al fiume. C’è un cartello con la scritta enigmatica “Mphole na ng’ona”. Ma sotto, l’immagine inequivocabile di un coccodrillo avverte anche chi non conosce la lingua Chisena che lì è pieno di coccodrilli.

Nonostante sia villaggio di capanne, Chemba è sede di distretto, perché anche in mezzo alla savana, dal punto di vista amministrativo, un distretto deve pur esistere. Negli anni della guerra civile migliaia di umani hanno attraversato - profughi - queste rive. Chemba è suolo secco e sabbioso, eccetto poche centinaia di metri attigui al fiume. E a Chemba, nelle annate di siccità, fino all’altro ieri, di fame si moriva. Chemba è un mistero della natura, con l’acqua dei pozzi salata, nonostante sia sulla riva di un fiume e a 300 chilometri dall’oceano.

Cominciare ad adattarsi

Dopo due mesi il corpo comincia ad adattarsi alla malaria, che è proprio una gran botta. La prima arriva una domenica mattina, con padre Dario che è in una comunità e io che sono rimasto in casa da solo. La gente ha tutto il diritto di battere alla porta perché è lì che aspetta per l’Eucaristia: mentre io sono sepolto nel letto, con la testa che sembra Dresda sotto i bombardamenti e neanche riesco a sollevare un dito. Il corpo comincia ad adattarsi a bere l’acqua piovana che raccogliamo in una cisterna durante la stagione delle piogge, per ovviare all’acqua salata del sottosuolo. Comincia ad adattarsi al cibo, che è solo quello della gente, essendo il supermercato più vicino a 470 chilometri: polenta di miglio, fagioli e foglie di fagioli, mandioca e foglie di mandioca, patate e foglie di patate. Pesce, poco, forse a causa dei coccodrilli. E invece capre, capre e ancora capre, che a Chemba sono più degli umani. Le capre sono ovunque. Le devi mandare via dal campo da calcio prima di cominciare la partita, dalla scuola prima di cominciare le lezioni, dalla piazza prima di cominciare il comizio. Finora, il massimo è la capra caricata e legata tra il manubrio e la canna della bicicletta.

Cominciare a parlare

Una cosa è studiare una lingua, un’altra è cominciare a parlarla. Puoi avere le nozioni grammaticali archiviate nel cervello come le declinazioni del latino, ma da lì, riuscire a pronunciare una frase di senso compiuto, quando vai al mercato a comprare i pomodori e i fagioli, ne passa. Vado in giro con un’agendina dove annoto tutte le parole nuove. Sulla prima pagina ho scritto: “Ine ndine munthu wakusaka mafala”, (Sono una persona che cerca parole). Se la prima pagina ha un taglio filosofico- antropologico, la seconda scivola nella dimensione prosaica della vita: “Ndhaponda matubzwi a ng’ombe” (Ho pestato una cacca di vacca), scritta il pomeriggio stesso del mio arrivo a Chemba, al ritorno dal tramonto contemplato in riva al fiume.

Muna anthu angasi?” “Anthu atatu na nzungu mbozi”. “Nzungu si munthu tayu?” “Ndimo, ndi munthu. Mbwenye ine ndinabverana na iye tani?!”.

Traduzione italiana: “Quante persone ci sono?”. “Tre persone e un bianco”. “Ma il bianco non è una persona?”. “Sì, sarà pure una persona. Ma io come faccio ad intendermi con lui?!”.

Aneddoto Sena che vale più di qualsiasi trattato di antropologia culturale.

Cominciare a cambiare

Nelle ultime settimane, trasmessa da radio e da cellulari, sta girando in tutto il Mozambico una canzoncina dal titolo “O passarinho está a comer o arroz” (Il passero sta mangiando il riso). Il testo, in portoghese, dice pressappoco così: “Il passero sta mangiando il riso: sta mangiando il riso nella campagna, sta mangiando il riso nel cortile, sta mangiando il riso nel granaio. Mesi e mesi a lavorare, a zappare sotto il sole e sotto l’acqua. Il passero non conosce la fatica. Maledetto passero, arriva e porta via”. Alla fine di un concerto, il cantautore è stato arrestato e si è fatto cinque giorni di carcere. Il 20 novembre ci sono state le elezioni comunali e anche una canzoncina può fare paura. Non serve un’immaginazione acuta per identificare il passero con la Frelimo, il partito corrotto al potere, e con il suo presidente - nonché presidente del Mozambico - Armando Emilio Guebuza. E che una canzoncina cominci a fare tremare, la dice lunga sulla situazione di tensione che si vive nel paese.

Al potere dal 1975, anno dell’indipendenza dal Portogallo, la Frelimo ha “occupato” la società, tanto che per ottenere un qualsiasi posto di lavoro, sia pubblico che privato, è imprescindibile la tessera del partito. La Frelimo ha “occupato” lo Stato: si serve delle istituzioni (il parlamento, l’esercito, la magistratura, i funzionari pubblici...) come se fossero alle sue dipendenze. Una sorte di partitizzazione dello Stato, con il partito che è al di sopra dello Stato. Ha “occupato” l’economia: gestisce e controlla in maniera capillare lo sfruttamento e l’esproprio delle immerse risorse naturali del paese, che si spartisce in connivenza col capitale straniero. Da partito di matrice socialista che era, si è riciclato in alunno modello del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.

La Renamo, dopo sedici anni di guerra civile e dopo venti anni di opposizione, si è stancata di rimanere a bocca asciutta e a tasche vuote. Così da un anno è tornata alla lotta armata. Gli scontri sono proprio nella nostra regione di Sofala e circoscritti a tre aree: Muxungue, Gorongosa e Maringue, che si trova a 130 km da Chemba. Non passa settimana che non ci siano scontri e morti.

Molte aspettative sono rivolte nei confronti dell’MDM (Movimento Democratico del Mozambico), fondato nel 2008 da Daviz Simango, attuale sindaco di Beira (capitale della regione di Sofala) e figlio di Uria Simango, pastore luterano e vicepresidente della Frelimo ai suoi albori, fatto uccidere dalla Frelimo stessa all’inizio degli anni ‘80.

L’MDM ha una visione chiara sui temi della giustizia sociale, della ripartizione equa delle ricchezze, della lotta alla corruzione, ed è il vincitore morale delle elezioni del 20 novembre: nonostante la Frelimo abbia vinto nella maggior parte dei municipi, ricorrendo in maniera sistematica a brogli e intimidazioni dettagliatamente documentati, l’MDM ha confermato il suo governo in quelli che già amministrava ed è avanzato sensibilmente ovunque.. Un segno di cambiamento forte, che indica il cammino verso le elezioni presidenziali del 15 ottobre del prossimo anno.

Cominciare dal sangue dei poveri

Nel villaggio di poche capanne che ha per nome Tito, i madereiros - i trafficanti di legname pregiato - cinesi sono arrivati cinque anni fa. Hanno mostrato una licenza rilasciata dal Dipartimento Regionale dell’Agricultura, hanno regalato una moto al nyakwawa - il capo villaggio - e hanno cominciato a tagliare: mphingwe (ebano), chanfuta, panga-panga, nsasa. Un giorno muore un vecchio della comunità e gli uomini del villaggio, come hanno fatto da sempre i loro antenati, si dirigono a tagliare un albero per costruire la bara. I madereiros negano: serve un’autorizzazione.

Oggi sono decine e decine i tir carichi di legname pregiato che ogni giorno lasciano il distretto di Chemba diretti al porto di Beira con destinazione principale la Cina. Quello che qualcuno si azzarda a chiamare progresso non ha fatto che peggiorare le condizioni di vita del piccolo villaggio di Tito. La gente, dopo mesi di zappa e di sudore, sta lì aspettando che cada una goccia dal cielo per fare crescere il miglio e il sorgo appena seminati, mentre i tir carichi dei loro alberi - che loro e i loro antenati hanno visto crescere e che qualcun altro sta tagliando arricchendosi copiosamente - vanno a imbellettare i salotti aristocratici di chi vive dall’altra parte del pianeta.

Tito è una delle settanta comunità che compongono la nostra parrocchia di Chemba. Mi fermo un lunedì mattina mentre sto andando a Candiero a portare alcuni sacchi di cemento per costruire la nuova chiesetta che sostituirà una capanna, ormai piccola e malandata. Parlo con alcuni giovani che hanno appena terminato l’anno scolastico. La settimana precedente hanno sepolto Salvador. Salvador aveva 23 anni, era il primo figlio di una madre rimasta vedova ed era il responsabile dei giovani della comunità. Da 18 giorni lavorava con i madereiros cinesi. Il diciottesimo giorno, un grande albero gli è caduto addosso ed è morto sul colpo. Alla madre hanno portato a casa il figlio morto e le hanno promesso 10.000 meticais, equivalenti al salario di tre mesi di lavoro.

Il sangue di Salvador grida giustizia al Cielo. E assieme al suo, grida giustizia al Cielo il sangue versato da tutti i Salvador che muoiono in incognito ogni giorno, sfruttati e calpestati. All’insaputa dei giornali, all’insaputa dei sindacati, all’insaputa dei politici corrotti che svendono sottobanco la terra e le ricchezze del proprio popolo, all’insaputa di chi utilizzerà quel legno sporco di sangue per dormirci sopra o per custodire i suoi abiti da festa. Sangue versato all’insaputa del mondo, sangue versato in un buco sperduto ai confini del mondo. Salvador per il mondo era nessuno ed è morto come nessuno.

Salvador portava il nome di Dio. Salvador era uno dei volti di Dio. Abbiamo ucciso Dio.

L’autore

Andrea Facchetti

Andrea Facchetti è nato nel 1979 e cresciuto a Viadana (Mantova), sulle rive del Po. Dopo il liceo scientifico e la laurea in Scienze della Comunicazione, nel 2004 è entrato nei Missionari Saveriani. Terminati gli sudi in teologia e ordinato prete, dal settembre 2012 vive in Mozambico. Attualmente lavora a Chemba, sulle rive dello Zambesi, nella povera e secca savana africana.