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Insieme a un’adolescenza furibonda, con angoli acuti ottusi o piatti e proprio mentre si è alla ricerca di uno spazio nel mondo, si devono scegliere le scuole superiori. Dopo gli ottimi risultati delle elementari e l’attaccamento alla maestra, alle medie la musica cambierà, insieme al rapporto molto più superficiale con gli insegnanti e le loro differenti personalità. La prima cosa che fai è guardare cosa sceglieranno le tue compagne di classe sì, ma appartenenti a un ceto sociale differente dal tuo. Tutte dirette al liceo, magistrali o ragioneria; se non ami il latino escludi le prime due, se non ami la matematica, la terza. Fine della scelta: scuola professionale! Muss per forza, dicevano i trentini di una volta.

Erano tre anni di scuola dopo i quali ottenevi il diploma di addetto alla Segreteria d’Azienda. Tra materie come tedesco e inglese, diritto e contabilità, spiccavano la dattilografia e la stenografia. Attività manuali ormai scomparse del tutto, o riciclate per la tastiera del computer, e che un giorno troveremo in mostra in qualche Museo degli Usi e Costumi. Era una classe tutta femminile, perché si riteneva che la futura professione fosse più adatta al gentil sesso. Il cinema aveva creato, infatti, l’immagine della segretaria provocante e svampita che ingentiliva i grigi uffici dedicati agli affari. Oppure quella della bruttina anti-distrazione che si distingueva per serietà e dedizione.

Fu una scuola certamente facile per me, raggiungevo folli velocità scrivendo a macchina e con la stenografia riempivo rapidamente quaderni di appunti scolastici, sfoghi o lettere d’amore che raramente trascrivevo. La stenografia in Provincia invece era considerata una questione di prestigio personale. Avere una segretaria - carina possibilmente - seduta di fronte, alla quale dettare una relazione, aumentava l’autostima. Ma richiedeva di avere le idee molto chiare, altrimenti si perdeva tempo in due; la trascrizione del testo esigeva buona conoscenza dell’italiano. Con ironia penso che la dura scuola della vita mi allenasse in questo modo a scrivere bene, dandomi la possibilità di comporre i miei siparietti autobiografici: con il ticchettio di una tastiera si pensa meglio. Da privatista riuscii poi a ottenere il diploma di maturità e con un concorso interno a passare di grado.

Con le vecchie macchine per scrivere era necessaria moltissima attenzione, ogni errore stampato sul foglio bianco e magari in tante copie, richiedeva un cerimoniale trasmesso dalle colleghe più anziane. Le delibere in nove copie diventavano un malloppo di carta di vario spessore con otto fogli di carta carbone in mezzo. Se sbagliavi, dovevi rifare tutto o cancellare la parola mettendo uno spessore di carta tra le varie copie. Ti veniva l’ansia da prestazione quando arrivava il venerdì e dovevi preparare l’Ordine del Giorno per la Giunta. Con l’iperurgenza tipica dell’ambiente e il carico di lavoro personale deciso ai tempi di Cecco Beppe e mai rivisto. Il progresso diede alle segretarie il diritto di sbagliare senza che fosse reso palese e finire sul patibolo; di cancellare e riscrivere prima di stampare, con la splendida sensazione che tutto fosse ancora possibile.

Sarà per questo che ogni riferimento al mio caratterino mi fa innervosire? Quel lavoro in realtà me lo doveva forgiare, far di me uno stampino, un copia/incolla, senza spazio a voli pindarici, schizzi artistici, indole innata. Sembrava aspettarmi un’immane desolazione, un lento suicidio della creatività in cambio del posto fisso. E così è stato per una dozzina di anni passati a trascrivere a macchina lettere o relazioni, carte bollate, delibere in nove copie, verbali di collaudo. Toccare con mano l’ignoranza altrui, correggere allibita i tanti errori di ortografia, i refusi, dare un senso compiuto alla frase, sistemare la punteggiatura, rafforzavano la mia autostima. Irrobustivano la convinzione di essere sprecata per quel lavoro, dove sarei sopravvissuta trent’anni grazie al mio carattere indomito, perché di sconti o vantaggi nemmeno l’ombra.