Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca

Sezione principale

Io, tinta di aria

Un romanzo, a sua insaputa. Nadia Ioriatti, Trento, Curcu & Genovese, 2013. pp. 111, € 10.

Copertina del libro

Recensire lo scritto di una persona amica è sempre imbarazzante. Stavolta un po’ meno, perché i lettori di questo giornale conoscono da anni la rubrica di Nadia Ioriatti e hanno dunque la possibilità di verificare se l’amicizia ci ha fatto velo. In questo libro troverete un terzo dei circa 90 pezzi autobiografici pubblicati dal 2006 ad oggi, una selezione forse troppo severa, perché, come scrive nella sua introduzione Piergiorgio Cattani, “alla fine del libro si vorrebbe continuare a leggere qualcosa. Per saperne di più”.

Nadia ha scelto di fare, di queste sue confessioni, un romanzo, collocando i vari pezzi secondo un approssimativo ordine cronologico, capace di costruire, man mano che la lettura procede, un personaggio complesso, brutalmente sincero, sfaccettato, assolutamente credibile. Insomma, in questi anni stava scrivendo un romanzo senza saperlo.

I suoi ricordi ruotano essenzialmente attorno a due poli, l’infanzia e la malattia, che permeano di sé anche gli altri temi. L’infanzia, che ritorna in flashback anche in mezzo a memorie più vicine nel tempo, è quanto di meno stereotipato si possa immaginare: è un’infanzia ricordata con una vivezza e precisione stupefacenti, dove si vede man mano formarsi la donna adulta, caratterizzata da due aspetti apparentemente contraddittori, ma la cui compresenza si ritrova spesso nella psicologia femminile: da un lato l’insicurezza, la scarsa autostima, dall’altro la reattività, la concretezza, l’energia. È un’infanzia segnata da “umiliazioni, prese in giro, sgridate, limitazioni, sensi di colpa”, periodicamente riscattati da impennate ribelli destinate però ad esaurirsi. Un’infanzia anche con molti bei momenti ricordati con nostalgia, ma non un’infanzia felice.

Poi, “diventata adulta di colpo” e sposatasi appena ventenne, si aprono lunghi anni di cui Nadia racconta pochissimo. Si limita, con un sorriso amaro, a rievocare le fantozziane circostanze del matrimonio: “Quanti segnali inquietanti ci lanciò il destino? Tanti, troppi collegandoli insieme”. Dopo una cena nuziale da dimenticare, il viaggio all’Elba con mare grosso e vomito, in una luna di miele di cui le rimane il ricordo di una turista quasi annegata e del furto della loro autoradio.

Poi il ritorno: “Senza casa, lui senza lavoro, la mamma in rianimazione, la paura che il bimbo non fosse sano, il timore di non farcela... No, non cominciò bene”. Ed anche sugli anni del lavoro in Provincia, vissuti male, poche parole.

Ma ecco la malattia, che dopo una lunga via crucis trova un nome: sclerosi multipla: “Sono uscita da quell’ambulatorio con mille anni addosso, passando impietrita fra i pazienti divenuti compagni di battaglia”.

Nadia Ioriatti

A partire da quel momento e ancor più dall’arrivo della carrozzina, gli scavi dell’introspezione si approfondiscono: la malattia viene circumnavigata con un occhio spietato, che spesso approda al sarcasmo: “Se vado in strada i miei occhi sono all’altezza del sedere delle persone e mi sento a disagio, come stessi spiando l’intimità degli altri”. Anche la sua proverbiale memoria, a cosa serve ormai? “A ricordare i troppi impegni medici che rendono la manutenzione del mio corpo sempre più complessa. Serve a non scordare i pareri degli specialisti, ad aggiornare l’archivio ricadute, a misurare distanze, calcolare tempi di resistenza, numero di esercizi ripetuti, a memorizzare l’infermiera più disponibile. A ricordare l’elenco delle panchine in zona, i caffè con il bagno a norma, gli amici con l’ascensore...”.

A conforto ci sono i figli, per qualche sorriso, ma complessivamente prevale lo scoraggiamento, forse mitigato dalla sua capacità di parlarne; ma comunque pesante, come quando, dopo l’ennesima ricaduta, “crollarono insieme rapporti sociali, familiari, di amicizia, amorosi, autonomie personali. Ci sono ancora amicizie scaraventate talmente lontane dal disastro da non essere più state ritrovate”.

In conclusione, “Io tinta di aria” è un racconto duro, avvincente, che offre la rara possibilità di penetrare nell’intimo più profondo di una persona reale. Una storia i cui vuoti ci auguriamo che Nadia, nel suo appuntamento mensile con i lettori, decida poco per volta di colmare.

Parole chiave:

Articoli attinenti

Nello stesso numero:
Carattere
In altri numeri:
Camini accesi
Aria che allenta i nodi. Racconti.

Commenti (2)

Nadia

Ringrazio con un certo ritardo perché una polmonite mi ha costretto al ricovero ospedaliero. Ringrazio per le frasi bellissime, onestamente non credo di meritarle, ma fanno molto piacere e ripagano dell’impegno sincero che sempre metto nei miei scritti. Continua a volermi bene, grazie.

il tuo animo almeno sorride furlan

Si, il tuo animo almeno sorride. Nonostante tutte le avversità della vita ancora esisti e comunichi agli altri emozioni che aiutano te a sopravvivere e alla gente ad affrontare altri tipi di avversità ma in fondo uguali alle tue. Scrivendo non rimani sola, hai delle persone che pur vivendo lontane da te sono con te e vivono assieme a te. Qualcun altro è scoraggiato ma forse proprio tu lo stai aiutando a vivere e a far fronte alle sue debolezze, ai momenti di sconforto e grazie a te trova un motivo in più per credere in un futuro anche se il futuro sembra troppo lontano per lui, per te. Continua a scrivere, tu hai questo dono che molti purtroppo non hanno, hai quindi questa fortuna, pensa che almeno in questa possibilità di espressione sei privilegiata rispetto ad altri. Continua ad aiutarci grazie.
Scrivi un commento

L'indirizzo e-mail non sarà pubblicato. Gli utenti registrati non devono inserire il codice e possono modificare il proprio commento dopo averlo inserito.

Riporta il codice di 5 lettere minuscole scritto nell'immagine. Puoi generare un nuovo codice cliccando qui .

Attenzione: Questotrentino si riserva la facoltà di cancellare commenti inopportuni.