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Storia e potere a 100 anni dalla Grande Guerra

Gustavo Corni

Scienza e politica sono strettamente legate, sia nel bene che nel male. Questo vale sicuramente per le scienze umane e sociali, ma vale nondimeno anche per le scienze “naturali” o “dure”, quelle verso le quali negli ultimi decenni si sono riversati (ai danni delle prime) flussi ingenti di risorse.

Si deve sgomberare il campo dall’illusione che gli scienziati perseguano, in una sorta di neutralità sacrale, solo la conoscenza, o scienza - che dir si voglia. Anche gli scienziati naturali sono fortemente influenzati da scelte politiche. Sono uomini e donne, che hanno ambizioni, talvolta una vera e propria sete di sapere, le cui carriere e le stesse possibilità di svolgere le loro ricerche dipendono dai fondi messi a disposizione da governi e/o da istituzioni private. Gli uni e le altre hanno interessi, qualche volta inconfessabili (pensiamo agli armamenti). E la differenza fra le democrazie e le dittature è, a questo riguardo certo significativa: nelle seconde non esiste uno spazio pubblico nel quale eventualmente sottoporre a critica i progetti e le linee portanti della ricerca scientifica. Ma non è a mio parere una differenza radicale. Pensiamo - per fare un esempio - all’incidenza di fattori religiosi, spesso ammantati di un assoluto valore morale, nel campo delle bio-scienze, che in questi ultimi anni hanno conosciuto un così forte sviluppo.

Premesso che ricerca scientifica, interessi economici, politici e ideologici sono strettamente intrecciati, non c’è dubbio che la storia, intesa come ricerca storica e come produzione di scritti e di studi sulla storia, è al centro di questo intreccio. Con effetti perversi, come ha sottolineato con grande intelligenza George Orwell nel suo “1984”. Il protagonista, per lavoro seleziona articoli dai giornali del passato e li modifica, cancellando nomi, modificando il resoconto degli eventi, nell’ambizione di poter così controllare il passato in modo da poter legittimare il presente, il potere del presente. Sono state soprattutto le dittature a cercare di mettere in atto politiche di controllo della ricerca e della produzione storiografica, in modo da poter mettere in risalto aspetti del passato che servissero a chi deteneva il potere. E certo la Prima guerra mondiale ha suscitato fin dall’immediato dopoguerra l’attenzione del fascismo italiano e, un decennio dopo, del nazismo di Hitler.

Ma anche gli stati democratici hanno concentrato la loro attenzione sul terribile evento bellico del 1914-1918. Basti pensare alla poderosa produzione di raccolte di documenti e alla pubblicazione di studi e monografie sul tema della “colpa” dello scatenamento del conflitto. Il tema era strettamente legato alla questione della colpa della Germania e del diritto (o meno) degli stati vincitori di tenerla sotto il giogo delle riparazioni.

Anche nel Trentino il tema della guerra mondiale e della riflessione storiografica su di essa ha attraversato diverse stagioni, con aspetti che di volta in volta venivano proposti in primo piano, ed altri che svanivano sullo sfondo - come ha mostrato nella sua recente, bella lezione Quinto Antonelli. La questione, che ha vissuto nel ventennio del dopoguerra una vivace stagione sull’onda della questione nazionale, sembra avere assunto di nuovo, negli ultimi tempi, una coloritura nazionale (o regionale) con il riemergere di motivi di nostalgia verso la “vecchia” Austria.

Io credo che proprio per la grande fioritura di studi che si sono diramati dal Trentino negli ultimi due-tre decenni (pensiamo alla riscoperta delle fonti della scrittura popolari che ha visto in prima fila studiosi trentini) richieda che gli storici di questa regione, e il sistema della ricerca cui essi fanno capo (Università, Provincia, musei, associazioni) siano ancora una volta protagonisti. Come si deve ricordare oggi, a cento anni di distanza, la guerra? Battaglie, generali, statisti e grandi correnti dell’ideologia e della cultura, sono certamente fuori moda. Tuttavia, la guerra è fatta anche di questi protagonisti. E l’attenzione per i civili (pensiamo ai profughi trentini) è meritoria, e importante è stato collocarli di nuovo sul proscenio della storia.

Ma anche qui un’avvertenza: la Grande guerra è ancora soprattutto una guerra combattuta fra i soldati, anche se molti civili vi erano coinvolti, in vario modo. Insomma, la riflessione sulla guerra nel centenario dovrebbe a mio parere riprendere il respiro di una riflessione a tutto campo, che non cerchi a tutti i costi di attualizzare quella, che per molti versi è stata l’ultima guerra ottocentesca, anche se su dimensioni ineguagliate.

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Gustavo Corni è ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Trento