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La diversità è una ricchezza

Innsbruck, città internazionale e multicolore

Il parroco del rione “Villaggio Olimpico”, alla periferia est della città, l’ho conosciuto nella moschea dei musulmani bosniaci, ai margini di una festa religiosa islamica. A quanto pare, i credenti della moschea e della parrocchia si fanno visita a vicenda e hanno stabilito una rete di contatti e cooperazione molto stabile. In dicembre, in un altro rione cittadino, intorno ad un progetto di “giardino comune interculturale”, su un terreno del grande monastero di Wilten, lo stesso abate, insieme ad un imam, rappresentanti di varie chiese cristiane, della comunità ebraica e dei buddisti, ha pregato per la pace e tutti hanno recitato il Cantico di Frate Sole di S. Francesco: un’esperienza spirituale commovente anche per chi, come il sottoscritto, si definisce non credente.

Il “giardino comune interculturale” di Innsbruck

Un’altra volta, nel corso del “giorno della moschea aperta”, un imam ha interpretato per gli ospiti d’onore (dagli amministratori comunali al vescovo) la sura 49 del Corano, che secondo lui ci insegna che Allah ha creato gli uomini come popoli diversi, ma di uguali diritti, per cui la diversità sia etnica che religiosa sarebbe un fatto voluto da Dio stesso, che ci comanda di rispettare la diversità e i diritti altrui senza pretesa alcuna di superiorità o verità assoluta.

Il vicerettore dell’università ha risposto chiamando i migranti bosniaci a “non integrarsi” (nel senso di non assimilarsi), poiché come professore di biologia sa bene che la diversità è un fattore essenziale per la stabilità di sistemi complessi.

Appunto. L’assessore allo Sviluppo urbano, Programmazione del territorio e Diversità urbana - cioè il sottoscritto - non si stanca mai di affermare il valore della diversità: non siamo uguali (altrimenti, che noia!), siamo diversi ed abbiamo uguali diritti (e anche doveri di fronte alla società).

Siamo tutti cittadini, i migranti come quelli che vivono in città da sempre. Eravamo 50.000 all’inizio del Novecento, ora siamo 150.000; i miei bisnonni erano migranti provenienti da un paesino della montagna tirolese. Il mio bisnonno - che ho avuto la grazia di conoscere da bambino - era un funzionario dell’imperatore Francesco Giuseppe, e le differenze culturali fra lui e i miei figli sarebbero abissali, molto maggiori di quelle che li separano dai coetanei bosniaci, turchi o senegalesi - di un certo ceto sociale, sia chiaro. Insomma, le differenze non sono né assolute né prevalentemente etniche o religiose: ridurre la diversità alla questione etnica sarebbe disastroso.

Siamo una città universitaria (40.000 studenti - più docenti ed altro personale universitario - su 150.000 abitanti), dunque giovane e internazionale. In città vive gente di oltre 100 nazionalità, e parliamo più di 100 lingue, come ha rilevato una ricerca universitaria che in marzo presenteremo con una grande esposizione che dovrà passare da una scuola all’altra, in diversi rioni.

Per la coalizione “semaforo”, che governa dall’estate del 2012, la salvaguardia della diversità, la protezione dei diritti civili di tutti i cittadini, e con ciò il lavoro per la solidarietà, con sempre più partecipazione dei cittadini anche nei processi di decisione è uno dei pilastri del programma di governo. Chi si sente veramente a casa perché capisce che conta in prima persona, ha meno paura dell’altro

E i cittadini cosa ne pensano? Un sondaggio rappresentativo, circa un anno fa, ha mostrato che sono d’accordo in grande maggioranza. Il 77,5 per cento dice che sì, la diversità è una ricchezza, sia sul piano della vita individuale che della società urbana. Due terzi dicono che sì, Innsbruck è una città aperta al mondo. Il resto si divide fra chi di apertura al mondo non vuol sentir parlare e chi crede che non siamo ancora abbastanza aperti. Significativamente, il 40% non vede nessun problema nella convivenza con i “diversi”, il 30% vede solo “piccoli problemi quotidiani” (insomma, sette su dieci credono che riusciamo a convivere abbastanza bene), ed il 30% vede “gravi” problemi.

Nelle risposte su quesiti “aperti”, molti affermano che vivere assieme al “diverso” vuol dire, per forza, anche mettere in questione i propri valori e modi di pensare il mondo e di vivere. Il che, a volte, può anche far paura. Ma per individui che si sentono parte di una società solidale, che si sentono a casa nella propria città, questo aspetto autocritico diventa una fonte di ricchezza personale: ci si sente più umani, e più cittadini (della città e del mondo).

Vive la difference, dunque.

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