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Quale agricoltura in Val di Cembra?

Walter Ferrari

Colgo l’occasione dell’incontro in tema di agricoltura svoltosi a Segonzano il 15 gennaio scorso, al quale erano presenti numerosi amministratori locali, per proporre pubblicamente alcune riflessioni.

Innanzitutto voglio far osservare che se la crisi sta stimolando un rinnovato interesse per l’agricoltura, dev’essere chiaro a tutti che in Val di Cembra tale comparto non può essere alternativo dal punto di vista occupazionale alle cave di porfido. Prima dell’avvio dell’attività estrattiva e dell’industrializzazione della Val d’Adige, la nostra valle ha conosciuto l’emigrazione stagionale verso la Germania e temporanea o definitiva verso il Nord e Sud America, così come verso l’Australia. Pertanto mi auguro che ci sia particolare attenzione da parte degli amministratori locali a quanto sta succedendo nel settore del porfido, affinché la sua crisi non trascini con sé anche l’economia agricola della valle. Dico questo perché gran parte dell’agricoltura qui è part time e quindi potrebbe ricevere un contraccolpo negativo dalla crisi del settore estrattivo, così come dalla imminente chiusura della Whirlpool. Se a ciò si aggiunge la disastrosa situazione economica della cantina sociale LaVis, alla quale conferiscono molti produttori vitivinicoli della valle, c’è senz’altro di che preoccuparsi.

Detto questo, ritengo sia importante ragionare anche di agricoltura, ma per farlo senza vaneggiare occorre conoscere la realtà di cui si parla e soprattutto le debolezze che la caratterizzano. Anzitutto le caratteristiche morfologiche del territorio, che lo rendono svantaggiato, anche dal punto di vista della fertilità dei terreni, rispetto ad altre vallate; in secondo luogo la frammentazione fondiaria che rende difficoltoso impostare una attività agricola razionale e remunerativa. In questa situazione penso sia necessario, prima di pensare a nuove iniziative, favorire il consolidamento delle realtà esistenti, magari coordinandole ed integrandole. È ciò che avrebbe dovuto fare il patto territoriale una decina d’anni fa, e qualcuno di ciò dovrebbe essere chiamato a risponderne. Il patto territoriale avrebbe dovuto avere quale elemento qualificante ed innovativo la realizzazione del Parco fluviale dell’Avisio, proposta nata 25 anni fa dalla battaglia contro la realizzazione della diga di Valda. Purtroppo gli operatori agricoli, così come allora non compresero subito che la diga avrebbe (cambiando il microclima e trasformando l’alta valle in un enorme cantiere) compromesso le possibilità di sviluppo agricolo, anche di fronte alla proposta del Parco fluviale non colsero le opportunità che esso avrebbe offerto anche per una agricoltura di nicchia, come solo può essere quella della Val di Cembra. Così si è permesso a chi gestiva il Patto di lasciare cadere la proposta cedendo alla strenua opposizione della fazione più conservatrice dei padroni del porfido, convinti che essa avrebbe costituito un impedimento al loro disinvolto uso del territorio, trovando come prezioso alleato la lobby dei cacciatori. Rimango convinto, anche sulla base della positiva esperienza della Rete delle riserve realizzata nell’alta valle, che occorra riaprire una riflessione sulla proposta del Parco quale perno attorno al quale consolidare l’attività agricola, che potrebbe trovare nei visitatori uno sbocco di mercato remunerativo per prodotti di qualità. In questa prospettiva si dovrebbero operare scelte volte a riportare in valle alcune filiere produttive, coniugando il recupero dei sapori con quello dei saperi. A tale proposito va ricordato, al di là delle mitizzazioni, che anche nell’Ottocento l’economia di questa come di altre vallate alpine non ha mai poggiato unicamente sull’agricoltura e l’allevamento, ma su un modello di economia integrata, dove le attività artigianali e di trasformazione dei prodotti dell’attività primaria, unitamente al piccolo commercio anche ambulante, ne costituivano elementi essenziali. Prioritario rimane però dare una boccata d’ossigeno alle realtà esistenti, spesso strangolate dal credito, consentendo loro di consolidarsi e indirizzandole verso produzioni di qualità e nello stesso tempo costruendo spazi di mercato che possano dare una giusta remunerazione.

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