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Don Giovanni di Filippo Timi

Il “Don Giovanni” di Timi non rinuncia a niente: è smodato persino nella messa in scena e vuole sedurre con tutto ciò che possa dilettare. Ci riesce. Ci riesce benissimo, sottoponendo il pubblico a tre ore sfiancanti di seduzione.

“Don Giovanni”

“Vivere è un abuso, mai un diritto” è il sottotitolo dell’opera, che in effetti è un vero “abuso” di riscrittura, dal momento che il libretto originale è rivisitato, stravolto, “tradito” in ragione di una messinscena che ha privilegiato l’eccesso alla misura, la forma al contenuto, in un rimescolamento estetizzante di pop e cultura alta, bassezza e profondità.

La trama è sacrificata sull’altare di una rappresentazione che ha fatto della dismisura e della contaminazione la cifra a cui far risalire la scelta di fondere scenografia e costumistica, attraverso le bizzarrie, le eccentricità e le kitscherie dei costumi abnormi di Zambernardi, che gioca tra ambiguità sadomaso e incongruenze; la scelta di utilizzare una colonna sonora che spazia da Händel a Mozart e a Leoncavallo passando per Celentano, Baglioni, Donna Summer, i Queen, sino alle sigle dell’Uomo Tigre e della Sirenetta; quella di impastare generi a volte quasi inconciliabili; quella di alternare un linguaggio aulico e ricercato settecentesco, ad un gergo mutuato per lo più dal mondo della cultura televisiva e pop e dalla tradizione dialettale. Anche l’utilizzo di alcuni video tratti da youtube, spezzano la convenzionale trama narrativa, costituendo un ulteriore aggancio alla contemporaneità.

Don Filippo stesso è un abuso: sfrenato, spropositato. Dopo pochi istanti dalla sua prima entrata in scena, si intuisce che lo spettacolo sarà l’apoteosi dell’eccesso dell’ego e della sua ingordigia. Tutto è troppo eccessivo per apparire verosimile: la bugia reiterata, l’inganno, l’egoismo,il totale disprezzo dell’altro. Niente sentimenti, tutto affogato nel cinismo. Ma ci si abitua anche a questo.

È spietato il teatro di Timi, anche nel massacrare se stesso.

Don Giovanni è un uomo empio, indifferente, libertino, ipocrita, ma proprio per questo cupo e triste, pur nell’apparente spensieratezza; un uomo fondamentalmente abbandonato a se stesso, lontano dagli uomini e da Dio, marchiato a fuoco da una solitudine esistenziale, quasi metafisica, che egli cerca affannosamente di colmare in una disperata fuga da sé, rincorrendo ogni attimo presente e assaporando senza posa un desiderio che trae alimento dal suo infinito morire e rinascere. Questa spietatezza ha riportato alla mente l’uso che Abel Ferrara fa delle sue storie e dei suoi personaggi cinematografici, da “Il cattivo tenente” a “The addiction”.

Tutto questo eros e tutto questo thanatos vengono però inseriti da Timi in un’atmosfera di coinvolgente comicità, punteggiata dall’irriverenza contro ogni falsa morale pubblica a volte ostentata anche nella pretesa seriosità con cui il teatro concepisce se stesso. Mai dunque, come in questo caso, il testo funge da pre-testo per testimoniare, come Timi sostiene, “umanità volubile e insaziabile”, accecata dalla fame di potere insita in ogni uomo, “la fame di resistere, di mistificare, di ingannarsi piuttosto che sopravvivere”.

Don Giovanni si muove in un mondo dove gli uomini sono cornuti; dove i servi sono forzatamente omosessuali e le donne caricature oggettivate e ridicolizzate, proprio come nel filmato di un spot giapponese, sempre scaricato da youtube, in cui belle ragazze palestrate vengono utilizzate per pubblicizzare un farmaco antidiarroico.

Come si diceva, lo spettacolo fa anche ridere, ma spesso, si tratta di una risata a doppio taglio. Così come a doppio taglio gli affondi nel teatro filosofico in cui la risata dissacrante poi immancabilmente esplode. Significativo è il confronto finale tra Donna Elvira e Don Giovanni tutto giocato sull’ostinazione di Don Giovanni a rimanere se stesso, a mantenere l’apparenza, scherzare, sfottere crudelmente il prossimo nonostante tutto stia per giungere al suo drammatico epilogo. La scena produce, inesorabilmente, la risata di chi la sta osservando in maniera superficiale, ed è studiata esattamente per ottenere questo effetto. È allora donna Elvira stessa a rivolgersi al pubblico e riprenderlo: “Voi ridete! Ma l’uomo che amo sta per morire”.