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Opzioni, storia difficile

Uno spettacolo teatrale e un libro e rievocano la drammatica vicenda di 75 anni fa

Alla fine della prima, il pubblico, in parte composto dai parenti degli stessi “attori e attrici”, si è alzato in piedi entusiasta. Tutti felici e un po’ commossi, figli e nipoti degli optanti o dei Dableiber (quelli rimasti). L’odio di allora fra amici e all’interno delle famiglie, le violenze verso i Dableiber, lo strappo nel concetto di Heimat, patria da non lasciare o piccolo luogo di nascita da abbandonare per una più grande (il Reich tedesco): tutto dimenticato.

Il Vbb ha riportato la percezione delle opzioni al dopoguerra, alla vulgata del “siamo tutti vittime”, voluta dalla Svp per tenere compatto il proprio popolo di fronte alla nuova sfida di ottenere autonomia all’interno della Repubblica italiana. Una vicenda cruciale del Sudtirolo, rimasta tabù, fino alla la metà degli anni Ottanta - nuovo Statuto d’Autonomia - quando ha cominciato a essere messa in discussione e studiata nei suoi aspetti reali prima dallo storico Leopold Steurer, per questo attaccato dal potere dominante, e poi dalla mostra “Option-Heimat-Opzioni” con il suo catalogo, che nel 1989 ne misero finalmente allo scoperto la ferita aperta. Studi successivi e l’emergere di storie di vita hanno dato della storia delle opzioni una lettura chiara e approfondita, con l’intreccio delle responsabilità e la differenza delle scelte di molti, dando, per quanto tardi, giustizia e verità a coloro che anche nel dopoguerra dovettero tacere.

Ora, uno spettacolo teatrale, probabilmente in modo inconsapevole, fa tornare indietro la consapevolezza su questo percorso difficile e dà ai giovani, obiettivo esplicito dell’operazione artistico-didattica, un’immagine sbagliata e affascinante.

Dal punto di vista teatrale, lo spettacolo è ben fatto, con una band dell’OstTirol sul palco e con alcune ottime idee, a partire da quella - centrale - di mettere sul palco dieci persone anziane, più altre su uno schermo, che vissero direttamente quel tempo e di farle raccontare, con l’aiuto di attori professionisti “ermeneuti”, la propria storia, a metà fra la oral history e il teatro.

Sono andata, con un pre-giudizio positivo, dovuto anche al fatto di essere stata consultata sul punto di vista degli italiani, sia tirolesi che immigrati dopo il fascismo, e ascoltata con attenzione e un po’ contagiata dall’entusiasmo del giovane team quasi tutto austriaco che ha creato e diretto lo spettacolo. Tuttavia, durante la serata, pur molto piacevole, la disposizione favorevole è progressivamente scemata, e la scena finale con gli attori che sfogliano leggendo varie definizioni di Heimat, tutti visti dalla parte di coloro che l’abbandonarono, mi ha definitivamente delusa. Chi allora era rimasto, rischiando (anche se, per alcuni ricchi, talvolta approfittando della favorevole congiuntura), per amore della propria terra o per critica esplicita verso l’orrore del nazismo, non viene coinvolto in questa romantica nostalgia patriottica, sottolineata dalla musica, che da jazz si fa popolare

Per fortuna ci sono i libri

Leopold Steurer

In occasione del 75° anniversario, due iniziative hanno ripreso la vicenda delle opzioni, un libro della Fabbrica del Tempo e uno spettacolo delle Vereinigte Bühnen Bozen, Vbb, il teatro in lingua (quasi sempre), l’istituzione teatrale più interessante del panorama sudtirolese, nato una ventina di anni fa come teatro in lingua. Prima c’erano solo le filodrammatiche (Volksbühnen) e, finché esistevano, gli spettacoli dei grandi teatri di Austria e Germania, che prevedevano delle rappresentazioni fuori sede. Nel corso degli anni il Vbb ha prodotto spettacoli innovativi, moderni e ha saputo affrontare anche testi scottanti e ignorati dal panorama culturale un po’ asfittico della provincia.

Il libro, intitolato “Le Opzioni rilette/Die Mitgelesenen Briefe”, è dedicato a Christoph Hartung von Hartungen, a distanza di un anno dalla morte. Christoph aveva curato qualche anno fa la prima pubblicazione di una parte delle lettere, ritrovate nell’Archivio Centrale dello Stato a Roma. Si tratta di centinaia di lettere di optanti trasferitisi in Germania dopo il 1939, intercettate dalla polizia politica fascista e tradotte in italiano nelle parti considerate interessanti per il regime. Gli originali venivano poi spediti all’indirizzo. Ora, soprattutto per iniziativa e merito di Ulrike Kindl, docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia, alcune lettere sono state ri-tradotte in tedesco, per offrire un’impressione più diretta della comunicazione degli autori e delle autrici alle famiglie e agli amici. Un’operazione interessante, che tende a restituire il linguaggio di persone semplici e quasi sempre di basso ceto, perché solo quelle emigrarono, e ha la speranza che qualcuno che ha conservato le lettere originali ne comprenda il valore testimoniale.

Nella serata di presentazione, affollata di persone di entrambe le lingue, oltre a presentare i numerosi saggi contenuti nella pubblicazione (fra cui uno anche di chi scrive) su vari aspetti dell’opzione, che raccolgono il risultato degli studi di molti anni, sono state lette ad alta voce le lettere nelle due lingue e l’effetto ha restituito la complessità della vicenda, l’articolazione delle esperienze, influenzate dalla propaganda nazista e dall’oppressione culturale e sociale del regime fascista. La nostalgia di casa al tempo della fioritura, il disprezzo per la sorella rimasta perché ha sposato un Dableiber, definito “italiano e traditore della patria”, le raccomandazioni da parte di chi è in guerra di non partire per la Germania, l’orgoglio di un padre che ha tre figli di cui due già arruolati nelle S.S., l’indignazione di chi a Innsbruck trova chi fa “grandi discorsi” e manda in guerra al confine “coloro che non gli vanno a genio, mentre siedono qui comodi”, la debole speranza che se la guerra andrà bene gli optanti potranno rimanere o andare tutti in una regione bellissima della nuova grande Germania.

Christoph Hartung von Hartungen

C’è anche chi è felice di essere emigrato, come Luigi Nocker, che da Bregenz scrive a un amico a Canazei nel 1941: “A Bregenz siamo in 25 oriundi della Val di Fassa e siamo tutti contenti di aver fatto secondo la volontà del nostro amato Führer, il quale per noi ha fatto di più di quanto meritavamo. Che Dio lo mantenga in buona salute e che gli dia la vittoria certa e sicura. Si beve birra, si balla e si gode di più qui in un mese, che in 20 anni che siamo stati da voi, dopo la redenzione da parte dei nostri fratelli, mannaggia San Gennaro”.

Di fronte alla realtà della Germania nazista e della guerra, molti aprono gli occhi, e anche se nessuno racconta delle stragi cui certamente anche i soldati sudtirolesi presero parte, le “lettere rilette” danno un contributo al racconto di un popolo sconvolto dalle politiche di deportazione e dalla follia del nazionalismo.

Alla serata di presentazione del libro era presente anche il sarentinese Franz Thaler, deportato a Dachau per non avere voluto entrare nell’esercito del Reich, che ha raccontato nel suo bellissimo libro “Dimenticare mai” (“Unvergessen”, il titolo in tedesco) la sua storia e il male che fece al Sudtirolo il lungo silenzio del dopoguerra, quando gli optanti, ritornati o mai partiti, ripresero il potere.

Per fortuna ci sono i libri.