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Mozambico fra vecchio e nuovo

Ma la modernità ha spesso il volto dello sfruttamento

Andrea Facchetti

A metà dicembre è arrivata la prima. Desiderata, invocata, danzata, pregata. A volte temuta e maledetta. Ma pur sempre, in principio, attesa. La prima ha iniettato vita alla terra moribonda della savana, convertitasi da un giorno all’altro alla potenza che esplode nel verde e nelle sue infinite gradazioni. La seconda ha fatto germinare la semente di mais e di miglio lanciata qualche settimana prima, dopo la fatica di giorni a zappare sotto un sole impietoso.

Pioggia in Chisena si dice Mulungu. Mulungu è pioggia, ma è anche Dio. Non che la pioggia sia dio. No. Solo che pioggia e Dio si dicono con la stessa parola: Mulungu. Come si desidera, invoca, danza, prega la pioggia, allo stesso modo si desidera, invoca, danza, prega Dio. Qui, Dio si è stancato di stare nei cieli. Qui Dio piove.

Giorni di pioggia battente a cui seguono giorni di sole verticale fin dalle prime ore del mattino. Giorni di cielo plumbeo si alternano a giorni di cielo terso. La gente è felice, perché la fatica sarebbe vana senza Mulungu. Si augura l’acqua abbondante dello scorso anno e si scongiura la siccità dei cinque anni che l’hanno preceduta, quando decine di famiglie hanno abbandonato il distretto a causa della fame.

Grande rispetto e reverenza per questa gente che saluta prima con il sorriso ampio della bocca e degli occhi, levando il cappello - l’uomo - piegando lievemente le ginocchia - la donna- stringendo poi la mano ruvida e callosa indurita dalla fatica del lavoro di ogni giorno. Gente che forse non sa leggere libri, ma che sa leggere il mondo: i segni della terra, del fiume, degli alberi, degli animali. Sa leggere il cielo, il vento, la luna e le nuvole che preannunciano la pioggia. In questo universo di saperi altri, sono io l’analfabeta.

Stregoni e cellulari

Il corso principale dello Zambesi dista circa due chilometri. Ma a lambire il villaggio c’è un meandro abbandonato, collegato al fiume da un passaggio che nei tempi di secca si attraversa a piedi. In questo angolo incantevole di mondo, dove la corrente è lieve e il fondale è basso, si va a prendere l’acqua e a pescare. Lì sono attraccate le canoe che accompagnano alle isole formate dai meandri del fiume. Sulle isole, dove la terra è più fertile, molti coltivano i loro campi. La canoa - mwadiya in Chisena - è un tronco d’albero scavato, mentre il remo è corto e ha una sola pala. Chi conduce siede a poppa. Su una mwadiya, la prima volta ci vado con Estácio, che ha vent’anni e ogni tanto aiuta lo zio pescatore. Il timore è per i coccodrilli, che comunque non attaccano le canoe. Ma Estácio ha una ragione in più per tranquillizzare: “Se una persona non ha problemi con altre persone, non ha di che preoccuparsi”. E aggiunge: “I coccodrilli e i cobra sono mandati, hanno un padrone”.

In caso di un problema qualsiasi (malattia, furto, controversia, sia a livello famigliare che di villaggio) ci si rivolge generalmente allo n’ganga, che ha il potere di curare la malattia, di identificare il colpevole del furto o chi ha torto nella contesa. Si ricorre allo n’ganga prima ancora che all’infermiere del posto di salute, che al capo villaggio, che alla polizia o al prete. Può succedere che, dietro il pagamento di una lauta somma di denaro, o del corrispettivo in capre, lo n’ganga eserciti il suo potere di vendetta sul presunto colpevole.

Il castigo è portato a termine da uno spirito malvagio (nzimu wakuipa). Così chi compie un delitto si giustifica col fatto che uno spirito è entrato in lui: egli non era cosciente, quindi non è responsabile. Oppure il castigo, che può comprendere anche la morte, avviene attraverso uno spirito che entra in un cobra o in un coccodrillo per colpire il colpevole. In tal modo il male è neutralizzato ed esorcizzato, mentre la colpa per la vendetta compiuta è deresponsabilizzata. Insomma, come dice il buon Estácio, “se una persona non ha problemi con altre persone, cobra e coccodrilli non fanno nulla”.

Due compagnie di telefonia cellulare forniscono il loro servizio a Chemba. Una è mozambicana e funziona un giorno sì e uno no. L’altra è vietnamita e funziona tutti i giorni. Qualche settimana fa comincia a circolare una voce che terrorizza la popolazione: aprendo un messaggio promozionale della compagnia vietnamita succede che - nientemeno - si muore. Al mercato del villaggio, fonti attendibili testimoniano che nella vicina Chiramba due persone sono morte dopo l’apertura del funesto messaggio. Il panico è palese anche tra le nonne che vendono foglie di patate e fagioli e che da poco hanno cominciato a ricorrere alla tecnologia moderna per comunicare con figli e nipoti che vivono nei villaggi vicini. Una interpretazione plausibile accompagna le tragiche notizie: gli spiriti malvagi, mandati dagli n’ganga, si sono impossessati non solo di persone, coccodrilli e cobra, ma anche dei messaggi del cellulare. Così cellulari e n’ganga, tecnologia e credenze ataviche convivono pacificamente.

Agro-business e zappa

Chapo è un villaggio di poche capanne a 4 km da Chemba. Una mattina la gente di Chapo si sveglia notando un cartello che non stava lì fino alla sera prima. Incuriosita, chiama pai Emiliano, uno dei pochi che sa leggere, il quale proclama ad alta voce ciò che è scritto a grandi caratteri: “Zona indústrial - Reservado”. La freccia indica la terra dall’altro lato della strada, dove da sempre le poche famiglie di Chapo coltivano i loro campi, fonte unica di sopravvivenza.

Assieme a padre Dario raccolgo informazioni, a partire dalle famiglie che della piccola comunità cristiana di Chapo, una delle settanta che compongono la nostra vasta parrocchia. Un giorno di dicembre mi toccano poi i 500 chilometri per andare a Beira a prendere padre Janvier che torna dalle ferie in Congo. Cinquecento chilometri tra foresta e savana, sorpassando tir carichi di legname pregiato con destinazione ultima la Cina, zigzagando tra buche che sembrano crateri, passando per Gorongosa che tracima con già 4.000 rifugiati a causa della guerriglia tra esercito e Renamo. Mi fermo una settimana a Dondo e colgo l’occasione per cercare ulteriori ragguagli presso la Direzione Regionale dell’Agricoltura di Beira e riesco ad avere accesso a quello che sapevo di non poter consultare, cioè la mappa delle concessioni autorizzate nel Distretto di Chemba.

Una società di investimento a capitale partecipato che opera nell’agro-business, con sede legale in Gran Bretagna, imprenditori che lavorano in loco provenienti dall’Africa del Sud, 5 anni fa aveva ottenuto in concessione un’area di dimensioni spropositate per produrre canna da zucchero tra Sena e Chemba, lungo lo Zambesi: 14.000 ettari, un’area pari a un rettangolo che ha un lato di 20 chilometri e l’altro di 7, della terra migliore sottratta alla gente.

Il progetto cominciava ad essere implementato due anni fa nel villaggio di Ntsoni, dove c’è un’altra delle nostre 70 comunità. Alla gente era stato promesso che le loro case non sarebbero state toccate. Così è stato finora. Di fatto, oggi, le capanne del villaggio rimangono isole in mezzo alle prime piantagioni di canna da zucchero.

Molte famiglie, rimaste senza terra, si sono viste costrette ad andare altrove, dove la qualità del suolo è peggiore. Inoltre, è stata rasa al suolo un’area della foresta che funge da cimitero, cosa piuttosto grave in una cultura dove il culto degli antenati è un pilastro della vita. Le proteste erano state vane. Padre Janvier aveva cercato anche l’appoggio della Commissione diocesana di Giustizia e Pace. Niente da fare: il capo-villaggio aveva già ricevuto la sua moto e i suoi sacchi di farina e le firme erano state apposte.

Tutto questo già si sapeva. Ma accanto al progetto di Ntsoni, c’è ora il nuovo di Chemba che coinvolge anche il villaggio di Chapo, luogo candidato alla costruzione di una fabbrica per la prima lavorazione della canna. Gli investitori sono sostanzialmente gli stessi. Dalla mappa si osserva che fino ad ora sono state acquisite solo alcune piccole aree a macchia di leopardo - quelle più fertili - dove la gente ha i suoi campi coltivati. Eppure la cosidetta Legge della Terra obbliga, fra l’altro, ad almeno due consultazioni pubbliche.

Ma ecco come è avvenuta l’unica consultazione: un giorno si presentano tecnici del Distretto e rappresentanti della multinazionale per spiegare il progetto. Viene fatto circolare un foglio che dicono sia per raccogliere le presenze. Il foglio, firmato, viene poi utilizzato come documento di consenso all’esproprio.

Per lavarsi la coscienza e aprire ad ulteriori investitori, una multinazionale che produce zucchero di canna per l’agro-business sottraendo 14.000 ettari di terra fertilissima alla popolazione autoctona, si mette la maschera riservando 400 ettari al “bio-etico” per essere socialmente più accettabile. Ma un dito non nasconde un mostro. Così, gli incontri e l’Eucaristia la domenica nei villaggi sono opportunità per dialogare con la gente, aprendo gli occhi sui propri diritti, a partire dal Vangelo e dalla Legge della Terra. Per impedire che quelle piccole aree a macchia di leopardo fin qui autorizzate prendano la forma del mostro di Ntsoni.

Zappa contro agro-business, difesa della terra contro esproprio da parte del capitale straniero, giustizia contro prevaricazione.