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L’auto-regalo della Casta / 1

Letizia Chiodi

È dei giorni scorsi la notizia riguardante le indennità di fine mandato dei precedenti consiglieri provinciali: in sostanza, quei signori, eletti dal popolo, da noi, per fare in teoria il bene comune, beccheranno un sacco di soldi. Pare che in tutto i nostri amministratori locali prenderanno, come buonuscita, circa 270.000 euro ciascuno. Complessivamente sarà un regalo di 13 milioni di euro. Uso volutamente il termine regalo perché di questo si tratta: anzi, farei meglio a dire, un auto-regalo, visto che coloro che lo fanno sono gli stessi che lo ricevono. Peccato che sia un regalo che si fanno attingendo interamente dalle tasche di noi contribuenti, ma questi, si sa, sono discorsi che ai politici non piacciono e quando ne parli ti attribuiscono aggettivi altisonanti come demagogo, populista...

Comunque, pare che una parte di quel regalo sia destinata ad aiutare queste persone a reinserirsi nel mondo del lavoro dopo anni di assenza per lo svolgimento dell’incarico politico. In realtà, chiunque mastichi un po’ in materia di interventi di sostegno all’occupazione sa benissimo che di questi tempi, per tutti coloro che non fanno politica, e dunque la maggioranza della popolazione, non esistono grandi forme di sostegno in tema di lavoro e occupazione.

Mi piacerebbe invitare qualcuno dei nostri amministratori ad ascoltare le storie che quotidianamente chi come me lavora nell’ambito dei servizi sociali e in generale di quelli alla persona, è costretto a sentire. Storie di uomini, di donne, di padri e di madri che non ce la fanno più ad andare avanti perché hanno perso il lavoro, che a un certo punto della loro vita si sono magari ammalati e sono stati licenziati perché avevano un lavoro diventato incompatibile con il loro stato di salute. Che devono contare su pensioni di invalidità spaventosamente basse (ce la farebbero i nostri amministratori a vivere con poco più di 230 euro al mese?), che sono costretti a chiedere aiuto loro malgrado agli enti pubblici, ma che sarebbero in realtà capaci di cavarsela da soli e di dare il proprio contributo alla collettività attraverso lo svolgimento di un lavoro. La mancanza di lavoro è uno sfregio alla propria identità per un motivo molto semplice: senza lavoro, ossia senza un minimo di soldi, all’interno di questa società non si è persone libere, non ci si può autodeterminare, si è in balia del nulla. E di fronte a questo spiace vedere come si stia creando ovunque

una vera e propria retorica della crisi, visto che ora qualsiasi problema viene argomentato e soprattutto giustificato tirando in ballo la crisi: non c’è lavoro, perché c’è la crisi. Ci sono i tagli al Welfare, perché c’è la crisi. La gente sta male, per colpa della crisi. Quindi tutto diventa in qualche modo giustificabile, salvo poi sentire che i soldi ci sono per coprire gli interessi personali ed economici di pochi. Inoltre, da un punto di vista psicologico questa retorica sta ingenerando a mio avviso una condizione molto brutta (e pericolosa) per le persone, che si sentono sole, depresse e senza possibilità di uscita, soprattutto laddove si creano vistose e vergognose contraddizioni come quella di dare una liquidazione di centinaia di migliaia di euro solo per aver fatto un lavoro come un altro e, in fondo, il proprio dovere.

Forse noi cittadini dovremmo far sentire di più la nostra voce di fronte a incoerenze così grossolane e così visibilmente lesive della dignità e dell’intelligenza delle persone. Io, personalmente, di fronte a tutto questo, non ci sto.

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