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A metà del guado

La vicenda dei vitalizi segna un punto di non ritorno per la politica provinciale. Lo scandaloso trattamento economico che i consiglieri regionali si sono autoattribuiti, e che ora, al di là delle dichiarazioni di facciata, cercano disperatamente di mantenere, è una sorta di certificato su una stagione - quella dei privilegi della casta - che fino ad oggi ha interessato anche il Trentino. Inutile girarci attorno: tutti sapevano, tutti avevano firmato l’accordo, tutti hanno taciuto. Riprenderemo dettagliatamente questa vicenda nelle pagine successive.

I cittadini non ne vogliono sapere di questa perpetuazione della casta. E questa è una notizia positiva.

Certamente l’auto-assoluzione degli ex-consiglieri regionali che hanno avuto gli anticipi milionari deriva dall’idea che la struttura del potere (e della gestione del potere) provinciale sia rimasta quella di qualche lustro fa, quando c’erano soldi per tutti, quando ognuno beneficiava in misura più o meno grande delle risorse inesauribili. E così si tolleravano anche i privilegi dei politici.

Oggi questo schema è caduto e finalmente abbiamo potuto vedere cosa c’è dietro il palcoscenico della politica che aveva promesso di autoriformarsi. No, la riforma è possibile solo con una costante pressione da parte dei cittadini e degli organi di informazione. Per questo non bisogna mollare la presa.

C’è però un altro livello su cui si gioca la possibilità o meno di una svolta. La critica senza sconti alla casta non significa un semplice “mandiamoli tutti a casa”, perché qualche segnale di cambiamento ci vuole qui e ora, non alle prossime elezioni. Da questo punto di vista lo stile di Renzi (al di là delle valutazioni di merito) incrocia perfettamente i desideri dei cittadini che vogliono concretezza e azione. Così sembra voler fare Ugo Rossi. Il Presidente ha promesso di intervenire personalmente sui vitalizi, spingendo su una soluzione che sani davvero lo scandalo.

Più in generale Rossi continua a dare segnali ambivalenti. Nella nomina dei dirigenti non ha alterato gli equilibri dell’epoca dellaiana, ha solo spostato qua e là delle pedine. Sono rimasti i dinosauri intoccabili, come quel Cerea, tra i responsabili della truffaldina riforma dei vitalizi, come quei Postal o Marcantoni, intimamente dorotei, eppure immortali e potenti suggeritori del Presidente. Sono rimasti alcuni dei lasciti più imbarazzanti del predecessore, come per esempio la trasformazione dell’auditorium progettato al quartiere delle Albere in biblioteca di ateneo, avallando le richieste dei vari poteri forti ora incastrati nella fallimentare operazione immobiliare dell’ex- Michelin; o la strisciante benevolenza verso imprese decotte, come la LaVis, che malamente sopravvivono solo grazie ai (millantati?) appoggi politici.

In altri ambiti, per fortuna, la Giunta sembra tirare il freno, come per esempio sulla vicenda ex-Italcementi, o Metroland. Ma anche in questi casi Rossi non osa proclamare e inaugurare quindi una nuova stagione; sussurra che i soldi per gli sprechi non ci sono, non che gli sprechi devono finire.

Al contempo sembra voler agire anche per il rinnovamento. Molti dossier scottanti, dagli incentivi per le imprese alle Comunità di Valle, alla revisione della struttura amministrativa, sono stati ripresi con decisione. Staremo a vedere gli esiti, tuttavia Rossi sembra determinato ad agire anche da solo, a fronte del deserto di idee che ha intorno.

Siamo allora a metà del guado. Dietro il Presidente non ci sono i partiti. Il PD uscito dal congresso provinciale non promette molto. Ci siamo ormai abituati a quel clima di lotta fra bande rivali il cui esito, scontatissimo, non può essere altro che un partito inconcludente e inutile che utilizza la buona volontà dei singoli per puntellare il potere di inamovibili capibastone. La soluzione “unitaria” che ha caratterizzato la segreteria Nicoletti è stata disastrosa, il successore Italo Gilmozzi scialbo, il partito silente su tutto. I dirigenti PD erano solerti soltanto a criticare chiunque al loro interno (vedi Luca Zeni) avesse posto all’attenzione questioni concrete, stringenti, ma che procuravano imbarazzo a Dellai e agli assessori democratici. Così avviene in Consiglio comunale a Trento: il PD cittadino è letteralmente scomparso, le decisioni vengono prese altrove e Andreatta può tranquillamente gestire una subalternità ormai evidente della città, pronto a ricandidarsi tra un anno.

Non si vede un’inversione di tendenza. Benché la nuova segretaria Giulia Robol non appartenga alla “vecchia” generazione, non sembra per ora avere la forza di rottamarla per davvero. Rottamarla non solo nel senso di cambiare i volti, ma soprattutto i modi di fare: la vera svolta sarebbe quella di parlare di contenuti.